La prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono dei combustibili fossili, tenutasi a Santa Marta dal 24 al 29 aprile 2026, è nata per superare il blocco che spesso paralizza le negoziazioni climatiche tradizionali. Se le Cop funzionano come assemblee basate sul consenso, questo nuovo forum è pensato come un luogo dove i paesi pronti ad accelerare possano agire senza aspettare i ritardatari.
L’idea, spiegata dalla ministra colombiana Irene Vélez Torres nel discorso d’apertura, è costruire una piattaforma pratica: non un trattato vincolante ma uno spazio permanente per coordinare politiche, condividere esperienze e definire roadmap nazionali differenziate. Alla base c’è la consapevolezza che la dipendenza dai fossili non è solo un problema climatico, ma anche una vulnerabilità economica e geopolitica.
Perché è nato questo spazio e cosa lo distingue
La conferenza — nota come Taff (Transitioning Away From Fossil Fuels) — rappresenta un compromesso linguistico e politico: dopo che il termine phase-out era stato rifiutato da molte delegazioni a Cop28, si è scelto un’espressione più sfumata ma con obiettivi concreti. L’apertura dei lavori è avvenuta in un contesto globale teso: alla vigilia della conferenza la guerra in Iran aveva già avuto ripercussioni economiche misurabili, con un aumento delle importazioni fossili per la UE stimato oltre i 27 miliardi di euro e con l’evidenza che ogni aumento di 10 dollari del petrolio impatta per circa 160 miliardi di dollari sui costi globali di importazione.
Una piattaforma, non una nuova istituzione
Santa Marta ha riunito 57 nazioni, oltre 1.500 esperti e rappresentanti della società civile, con una composizione eterogenea che va dai piccoli Stati insulari vittime dell’innalzamento dei mari fino a paesi produttori ed esportatori.
La forza di questo approccio è proprio nella capacità di mettere intorno allo stesso tavolo contraddizioni e priorità divergenti: alcuni paesi, come i Paesi Bassi, hanno parlato apertamente della necessità di aumentare temporaneamente l’uso di gas per ragioni di sicurezza energetica, senza che questo impedisse il dialogo sulla transizione energetica.
Risultati operativi: cosa è stato deciso
Dal punto di vista operativo, Santa Marta ha prodotto una serie di linee d’azione più che impegni vincolanti. Il primo frutto è la costituzione del Science Panel for the Global Energy Transition (SPGET), guidato da Johan Rockström e Carlos Nobre, chiamato a fornire basi scientifiche robuste per le scelte politiche. Inoltre sono stati definiti tre filoni di lavoro principali: elaborare roadmap nazionali differenziate, ripensare il commercio e gli scambi per renderli meno dipendenti dai fossili, e affrontare i vincoli macroeconomici e finanziari che bloccano i flussi verso la decarbonizzazione.
I tre assi strategici
Il primo asse riguarda la produzione oltre che il consumo: le roadmap dovranno considerare anche le emissioni legate alle esportazioni di combustibili fossili, colmando un vuoto finora presente negli NDC. Il secondo asse si concentra su sistemi commerciali meno emissivi, con il supporto dell’Ocse. Il terzo attacca i nodi del debito, della fiscalità e dei sussidi ai fossili per sbloccare il finanziamento della transizione, supportato da istituti come l’IISD.
Il caso italiano e le implicazioni domestiche
L’Italia ha partecipato con una delegazione molto contenuta — un inviato speciale, Francesco Corvaro — ma con una posizione valutata come costruttiva. Sul piano interno, tuttavia, permangono scelte che rendono difficile la coerenza tra parola e azione: nel primo trimestre del 2026 il prezzo marginale dell’elettricità in Italia è stato fissato dal gas naturale per l’89% delle ore, mentre in Spagna la percentuale è scesa al 15% grazie a un mix rinnovabile più maturo.
Perché queste scelte contano
Le scelte di politica industriale e di regolazione possono creare trappole strutturali: la proroga dell’uso del carbone in alcune centrali fino al 2038, i meccanismi che attenuano il segnale dei prezzi ETS per i produttori a gas, e gli investimenti programmati in infrastrutture gas (compreso il raddoppio del gasdotto TAP) rischiano di generare stranded assets il cui costo ricadrebbe sui consumatori.
Come avanzare: raccomandazioni pratiche
Think tank come ECCO Climate propongono quattro direzioni operative per riallineare le politiche nazionali agli impegni internazionali: trasformare il Pniec in un piano operativo e finanziabile con tappe intermedie verificabili; eliminare i circa 19,6 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi ai combustibili fossili; disaccoppiare il prezzo dell’elettricità dal gas accelerando l’elettrificazione; e costruire una politica industriale sulle filiere verdi dove l’Italia ha vantaggi competitivi reali.
Santa Marta ha dimostrato che esiste spazio diplomatico per parlare senza eufemismi dell’abbandono dei fossili, costruendo alleanze pratiche che includono contraddizioni ma puntano a soluzioni attuabili. La sfida rimane ora domestica: trasformare quelle dichiarazioni in scelte concrete dentro i confini nazionali.

