Negli ultimi anni il tema dei lavori verdi è entrato con forza nel dibattito pubblico, ma una ricerca recente condotta dalle Università di Pisa e di Torino solleva un campanello d’allarme: anche il mondo della green economy sembra toccato dal fenomeno del precariato. Secondo lo studio, i titolari di mansioni classificate come verdi mostrano una probabilità inferiore di circa 2,4 punti percentuali di occupare posizioni permanenti nelle sottoclassi considerate, un dato che impone una riflessione su come conciliare obiettivi ambientali e qualità dell’occupazione.
È importante sottolineare però che l’indagine ha confini chiari: non prende in esame aspetti come salari, percorsi di carriera o livello di soddisfazione professionale, né effettua un confronto diretto tra il gap di contratti e la forte domanda di competenze green scontrandosi con la carenza di candidati.
Per queste ragioni lo studio va letto come un elemento informativo ma non esaustivo, utile per orientare il dibattito e per richiedere ulteriori approfondimenti con dataset più ampi come quelli del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere.
Cosa emerge dallo studio e come interpretarlo
Il dato principale, la diminuzione stimata di 2,4 punti percentuali nella probabilità di contratti permanenti, non equivale a una condanna definitiva dei green job, ma segnala un rischio concreto: la transizione ecologica rischia di generare occupazione precaria se non accompagnata da misure specifiche. Gli autori sottolineano la necessità di interventi politici mirati affinché le posizioni verdi contribuiscano tanto alla tutela ambientale quanto alla stabilità del mercato del lavoro, trasformando l’attenzione sulla sostenibilità in opportunità di lavoro dignitoso e duraturo.
Limiti metodologici e temi non esplorati
Tra i limiti indicati dagli stessi ricercatori ci sono l’assenza di informazioni su salari, benefit contrattuali e percorsi di crescita professionale, elementi che incidono sulla valutazione complessiva della qualità del lavoro. Allo stesso modo non viene quantificata la domanda di specifiche competenze green rispetto all’offerta di candidati, fattore che potrebbe spiegare parte della dinamica contrattuale osservata. Per questo motivo il risultato va integrato con altre fonti e con indagini qualitative per comprendere le ragioni alla base della maggiore temporaneità.
Strumenti politici e fiscali per sostenere l’occupazione verde
Di fronte a tale scenario, le risposte possibili si articolano su più fronti: incentivi fiscali per chi assume a tempo indeterminato in settori green, misure di accompagnamento per la riqualificazione professionale e programmi di apprendistato mirati alle competenze green.
In questo contesto il lavoro del professor Valerio Ficari dell’Università di Tor Vergata, che ha esplorato possibili strumenti fiscali a sostegno dell’occupazione verde, rappresenta un contributo interessante che merita approfondimento per valutare proposte concrete e sostenibili.
Esempi concreti di intervento
Tra le politiche praticabili si possono considerare crediti d’imposta legati all’assunzione permanente in ruoli green, bonus per la formazione certificata sulle competenze green e programmi di matching tra imprese e istituti tecnici per colmare il divario di competenze. Anche strumenti di politiche attive del lavoro che favoriscano la transizione dei lavoratori da settori in declino verso la green economy possono ridurre la pressione sul mercato e migliorare la governance della domanda di lavoro specializzato.
Integrare i dati per decisioni più efficaci
Il confronto tra indagini locali o campionarie e database più ampi come quelli del Sistema Informativo Excelsior è fondamentale: non bisogna scartare i risultati parziali, ma usarli come segnali che richiedono verifica e integrazione. Un approccio basato sui dati e sul monitoraggio continuo consentirebbe di calibrare meglio le misure, evitando soluzioni generiche e favorendo interventi mirati laddove il rischio di precariato è più elevato.
In sintesi, i lavori verdi non sono un fenomeno da relegare alle esequie: piuttosto, la loro diffusione interpella politiche pubbliche e strumenti fiscali che sappiano coniugare la sostenibilità ambientale con la dignità del lavoro. Dialogo tra università, istituzioni e imprese, insieme a un uso intelligente dei dati, può trasformare il rischio emerso dallo studio in un’opportunità per costruire un mercato del lavoro verde più stabile e inclusivo.

