Il green economy Festival tenutosi a Parma il 18 aprile 2026 ha messo sotto la lente criticità e opportunità che attraversano l’economia reale. Nei corridoi e nelle sale sono emersi temi ricorrenti: la fragilità delle filiere manifatturiere, la necessità di riqualificare il lavoro davanti all’intelligenza artificiale e la competizione internazionale per le materie prime strategiche. Interventi di esperti, imprenditori e studiosi hanno costruito un quadro in cui la resilienza delle catene del valore appare condizione necessaria per non perdere capacità produttiva e innovativa.
La giornata ha alternato analisi economiche e testimonianze concrete: da Giuseppe Sabella che ha tracciato gli scenari del capitalismo contemporaneo, fino agli approfondimenti su agrifood e rinnovabili. Sul palco sono saliti operatori del settore moda e lusso, responsabili di consorzi alimentari e figure della ricerca, con chiari richiami alla centralità della conoscenza come infrastruttura strategica per accompagnare la transizione.
La chiusura del festival è prevista per il 19 aprile con la partecipazione dello scrittore Paolo Giordano.
Crisi del lusso e rischio per le filiere manifatturiere
Il confronto sul settore moda e lusso ha evidenziato come la ripresa recente fosse in buona parte trainata dai prezzi e non da una crescita reale della domanda. Andrea Batilla ha sottolineato che molte certezze del comparto sono venute meno, mentre Daniele Gualdani ha descritto gli effetti sui produttori: ordini mancati, investimenti che non hanno trovato mercato e stabilimenti costretti a fermarsi. Questo fenomeno non è solo economico ma strategico, perché la perdita della capacità produttiva implica anche la paralisi di processi di innovazione che nascono proprio dall’attività manifatturiera: la filiera che non produce finisce per abbandonare il ruolo di centro creativo e tecnico.
Perdere produzione, perdere invenzione
L’esperienza raccontata dai protagonisti ha rimarcato un principio semplice ma spesso trascurato: l’innovazione si alimenta dove si produce. Quando aziende consolidate diventano vulnerabili, il rischio è di compromettere la leadership tecnologica sul lungo termine. In questo contesto le politiche industriali devono puntare a sostenere filiere resilienti, favorire il trasferimento tecnologico e preservare competenze locali. Il dibattito ha quindi spostato l’attenzione da misure esclusivamente finanziarie a interventi che mantengano il capitale umano e produttivo nel territorio.
Lavoro e intelligenza artificiale: trasformazione anziché sostituzione
Un panel dedicato al lavoro ha sfidato luoghi comuni: l’AI modifica compiti e processi più che cancellare intere professioni. Cristiano Boscato ha spiegato che l’impatto riguarda attività specifiche all’interno delle mansioni, mentre Loretta Chiusoli ha richiamato l’attenzione sul ruolo della cultura aziendale nel rendere utile la tecnologia.
Roberto Siagri ha aggiunto una lettura più positiva, sostenendo che la tecnologia possa stimolare riflessioni sul senso del lavoro, e Cesare Azzali ha avvertito sulla necessità di politiche che evitino esiti di esclusione sociale.
Cultura organizzativa e accesso
La discussione ha messo in evidenza due snodi: la formazione continua e la diffusione equa delle tecnologie. Vincenzo Colla ha ammonito che senza un accesso diffuso l’AI rischia di polarizzare il mercato del lavoro e ampliare disuguaglianze. Serve dunque un mix di investimenti in competenze, incentivi per la trasformazione dei processi e strumenti di welfare che accompagnino i lavoratori nelle transizioni. Solo così la digitalizzazione può tradursi in opportunità condivise piuttosto che in fattore di esclusione.
Geopolitica delle risorse, ricerca e conclusioni del festival
Il pomeriggio è stato dominato dal tema della competizione globale per minerali e componenti necessari alla transizione. Henry Sanderson ha evidenziato la spinta dei paesi africani a ottenere maggiore valore aggiunto dalle proprie risorse, mentre è emersa la difficoltà di USA ed Europa nel costruire catene alternative a quelle cinesi. Sul piano strategico Giuseppe Sarcina ha parlato del passaggio da cooperazione sulla decarbonizzazione a competizione per l’energia, e Giuliano Noci ha descritto la capacità di Pechino di integrare industria ed energia come leva geopolitica.
Nella parte conclusiva Maria Chiara Carrozza ha ribadito che senza un impegno forte su formazione, ricerca di base e trasferimento tecnologico il Paese rischia di perdere terreno. Don Dante Carraro ha ricordato che la transizione non è sostenibile se non si affrontano i divari in salute e infrastrutture, soprattutto in Africa. La giornata si è chiusa con riflessioni etiche affidate a Federico Faggin e con interventi scientifici su rischi idrologici di Günter Blöschl. Durante il festival è stato assegnato il Premio green book 2026 a Roberto Battiston per il volume Energia. Una storia di creazione e distruzione, segnalando il tentativo di coniugare profondità culturale e urgenza politica nel dibattito sulla transizione.

