Il caso di Giulio Regeni continua a scuotere il mondo accademico e civile attraverso un docufilm che sta facendo il giro delle università italiane. La pellicola, diretta da Simone Manetti e intitolata Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, è stata proiettata in numerosi atenei nell’ambito dell’iniziativa promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, con l’obiettivo di tenere viva la memoria e sollecitare il dibattito pubblico su diritto alla verità e responsabilità istituzionali.
Accanto alle proiezioni si svolgono tavole rotonde e incontri che mettono in luce due fili paralleli: la vicenda umana del giovane ricercatore e il percorso giudiziario ancora aperto. La famiglia di Regeni, sostenuta dall’avvocata Alessandra Ballerini, continua a chiedere chiarimenti su quanto accaduto al Cairo, ricordando che la vicenda non è soltanto un fatto personale ma una questione che interroga il valore della libertà di ricerca e la tutela dei diritti umani.
Il docufilm nelle aule universitarie
La scelta delle università come luogo di proiezione non è casuale: l’accademia rappresenta il contesto naturale per riflettere su cosa significhi fare ricerca in sicurezza. Il film, prodotto da Fandango e Ganesh Produzioni, è stato ospitato in oltre 70 atenei e in molte sale di circoli e associazioni, coinvolgendo studenti, docenti e cittadini. L’iniziativa “Le università per Giulio Regeni” punta a trasformare la commemorazione in un’occasione educativa, ribadendo il valore del dibattito critico e la responsabilità collettiva di difendere il lavoro accademico.
Cosa racconta la pellicola
Attraverso materiali originali, interviste e testimonianze dirette, il documentario ricostruisce gli ultimi giorni di Regeni al Cairo, i successivi depistaggi e le difficoltà investigative. Emergono scene di perquisizioni, rapporti con il contesto dei venditori ambulanti e la rete di sorveglianza che lo aveva preso di mira.
Al centro rimane la figura dei genitori, la costanza degli amici e dei testimoni che hanno contribuito a far luce sulla vicenda, nonostante intimidazioni e ostacoli. Il film non pretende di essere un processo, ma è uno strumento di memoria e pressione civica.
Il percorso giudiziario e le barriere internazionali
Sul piano giudiziario il caso è ancora aperto: quattro funzionari degli apparati di sicurezza egiziani sono accusati del sequestro e della tortura che portarono alla morte di Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio 2016. Le indagini hanno incontrato resistenze e la reticenza delle autorità egiziane ha reso complesso il reperimento degli imputati. Un punto di svolta è arrivato con la sentenza della Corte Costituzionale n. 192 del 2026, che ha consentito di procedere anche in assenza degli accusati e ha ribadito il valore del diritto alla verità come principio costituzionale.
Testimonianze a rischio e il clima di paura
Il processo ha messo in luce difficoltà pratiche e rischi per i testimoni: più volte è emerso che persone che hanno partecipato alle indagini temevano per la propria incolumità, tanto che un perito italiano è stato costretto a prestare giuramento dietro un paravento in aula. Ci sono state minacce e pressioni, e alcuni testimoni fondamentali — tra cui arrestati che avevano condiviso la detenzione con Regeni — non sono più vivi per raccontare: alcuni sono morti nel contesto del conflitto a Gaza. Questi fatti sottolineano come la ricerca della verità si scontri con contesti internazionali complessi e con il tema della protezione delle fonti.
Memoria civile, diritti e azioni concrete
Le parole dei genitori di Giulio, della comunità accademica e dell’avvocata Ballerini convergono su un punto netto: non voltarsi dall’altra parte.
Per la madre, Paola Deffendi, il riconoscimento di Giulio come ricercatore è stato faticoso ma oggi è un elemento centrale della memoria pubblica. Sul piano politico si è riaperto il dibattito sul rapporto tra affari esteri e tutela dei diritti umani, con critiche alla decisione di considerare l’Egitto come paese «sicuro» per motivi amministrativi, quando persistono rischi di persecuzione. Ballerini ha ricordato inoltre che la lotta contro i trafficanti si collega alla necessità di aprire vie legali di accesso per chi ha diritto di asilo, riducendo l’esposizione a pericoli estremi.
Il film e gli incontri che lo accompagnano sono dunque un invito alla partecipazione: le università chiamano a presidiare il valore del sapere, la società civile a sostenere la ricerca di giustizia, e le istituzioni a non anteporre interessi economici alla tutela dei diritti. In questo senso, la storia di Regeni resta una sfida collettiva per trasformare il dolore in un impegno concreto di tutela della verità e della libertà accademica.

