La nuova versione de La mummia, diretta da Lee Cronin e prodotta in collaborazione con Blumhouse e figure come James Wan, non assomiglia a molte delle incarnazioni precedenti del mostro egizio. Qui la fascinazione per l’Egitto lascia spazio a un racconto che si svolge principalmente all’interno di una casa, dove l’orrore prende la forma della perdita, della colpa e della possessione. Dietro l’apparente scorza di un franchise, Cronin costruisce un film che punta deliberatamente al ribrezzo e all’ansia, privilegiando gli effetti pratici e il corpo come luogo del terrore.
Al centro della vicenda c’è una famiglia: i genitori interpretati da Jack Reynor e Laia Costa, il figlio e la bambina Katie, scomparsa al Cairo e ritrovata dopo otto anni in condizioni inquietanti.
La giovane Natalie Grace incarna una figura che è insieme vittima e contenitore di una forza oscura, una presenza che trasforma i corpi e le relazioni. L’operazione di Cronin non è dunque un semplice remake: è una riformulazione del concetto di maledizione, spostata dalla dimensione mitica a quella privato-familiare.
Una rivisitazione che mette la famiglia al centro
Più che il ritorno del sacerdote mummificato, il film sceglie di porre l’accento sulla dinamica familiare: la bambina riemersa è fisicamente compromessa, mummificata e portatrice di una forza che incrina i legami. Questo sviluppo risolve il mito in un dramma domestico, dove il nucleo familiare diventa il palcoscenico dell’orrore. La sceneggiatura non punta all’ambiguità rassicurante: preferisce mostrare il marcio, la sporcizia e il deterioramento morale.
In questo senso La mummia è vicino ad altre riscritture contemporanee firmate da Blumhouse, come The Invisible Man (2026) e il recente Wolf Man (2026), che spostano l’orrore verso il personale e il relazionale.
Il peso della responsabilità dei genitori
Una delle scelte più nette del film è consegnare la responsabilità della traduzione dell’orrore ai genitori: non ci sono soluzioni soprannaturali garantite, né figure ecclesiastiche che possano mediare. Al posto della salvezza esterna c’è il confronto con la colpa, l’atto di assumere dentro di sé il dolore e la rabbia. Cronin costruisce così una parabola in cui la purificazione è privata, dolorosa e spesso autodistruttiva, rendendo la famiglia il vero campo di battaglia emotivo del film.
Regia, estetica e gore: un linguaggio viscerale
La regia di Lee Cronin mostra sicurezza nello sfruttare il body horror e gli effetti pratici: protesi, trucco e disegno sonoro lavorano insieme per creare sequenze volutamente sgradevoli e disturbanti. Gli interni dominati da tonalità spente e il ricorso a texture visciose accentuano la sensazione di decomposizione. Anche quando la sceneggiatura inciampa o il ritmo pare incerto, la regia trova momenti capaci di generare vera tensione. L’elemento splatter non è gratuito, ma serve a sostenere l’idea che il male si manifesta nel corpo e nella materia.
Citazioni e rimandi cinematografici
Il film non nasconde i suoi riferimenti: ci sono momenti che rimandano apertamente a L’esorcista (1973) per la dinamica della possessione e l’uso di immagini corporee sconvolgenti, così come una piccola citazione sonora che evoca Shining.
Tuttavia, Cronin non copia pedissequamente: piuttosto riassembla elementi noti per costruire un proprio vocabolario dell’orrore, privo di mediazioni religiose e più concentrato sulla rovina psicologica e fisica dei personaggi.
Pregi, limiti e impatto sul pubblico
Tra i punti di forza spiccano la capacità di generare vero sussulto e un uso credibile degli effetti pratici che molte volte costringono lo spettatore a distogliere lo sguardo. Dall’altro lato, il film soffre di alcune soluzioni narrative prevedibili e di momenti in cui la recitazione e il montaggio non reggono il passo dell’intensità visiva. Nonostante ciò, quando Cronin decide di essere spietato nel restituire il disgusto, lo è fino in fondo: non c’è pavidità nell’affrontare la materia del dolore.
In definitiva, La mummia di Lee Cronin è un’operazione coraggiosa che trasforma un archetipo del cinema di mostri in un racconto di famiglia ferita, sostenuto da un’estetica di body horror e da una regia che non teme la crudezza. Per gli spettatori che cercano un horror che non edulcori il repulsivo, il film offre molte sequenze memorabili; per chi preferisce il sottilmente inquietante, potrebbe apparire eccessivo o disomogeneo. In ogni caso, rappresenta una declinazione moderna e volutamente sporca del mito della mummia.

