La prossima edizione di Eurovision è circondata da tensioni che vanno oltre la musica: alcuni broadcaster hanno deciso di boicottare la manifestazione per protestare contro la partecipazione di Israel, mentre altri, pur non partecipando alle trasmissioni in diretta, trasmetteranno comunque tutte le serate. Il direttore dell’evento per conto della EBU, Martin Green, ha affrontato questi nodi in una lunga intervista al programma Nieuwsuur trasmesso su NOS.
Perché non è stata esclusa Israel
Nell’intervista Green ha spiegato la differenza di approccio rispetto a casi precedenti, citando la reazione alla guerra tra Russia e Ucraina: a suo avviso, allora era presente «un consenso quasi globale» sulle misure da adottare, una condizione che oggi non si riscontra. In pratica, l’assenza di una maggioranza fra le emittenti associate ha portato la EBU a mantenere lo status quo.
Questa spiegazione sottolinea l’importanza del processo decisionale interno: ogni decisione dell’organizzazione passa attraverso il voto degli associati e non può essere imposta unilateralmente.
Il ruolo delle emittenti
La scelta di non espellere un paese, secondo Green, riflette la natura democratica della EBU: le emittenti membri hanno votato e il risultato è stato decisivo. Questo approccio è stato contestato da chi sostiene che eventi culturali debbano assumere una posizione morale più netta; tuttavia, la governance dell’organizzazione richiede consenso o almeno una solida maggioranza per interventi drastici.
Artista, politica e palco
Altro elemento caldo dell’intervista è stata la performance dell’artista israeliano Noam Bettan, che ha dichiarato di prepararsi a entrare «nella tana dei leoni». Green ha manifestato empatia per le paure dell’artista ma ha anche ricordato la distinzione fondamentale tra le azioni di uno Stato e la presenza sul palco di un artista: il festival è nato come luogo di incontro e condivisione, un ideale che secondo lui resta vivo nonostante le divisioni.
L’appello è a non confondere l’operato dei governi con la libertà e la sicurezza degli interpreti.
Un principio di distinzione
Green ha ribadito che è possibile condannare le politiche di uno Stato senza prendere di mira gli artisti, promuovendo così il valore dell’inclusione. A suo avviso, l’Eurovision deve conservare la sua capacità di costruire ponti e offrire uno spazio dove culture e popoli si confrontano sul palco, lasciando aperto uno spazio per il dissenso ma rifiutando atti che trasformino l’evento in strumento di esclusione.
Il nodo del voting e le regole dell’EBU
Il capitolo del voting è probabilmente il punto più delicato: dopo episodi recenti in cui il televoto e le votazioni online sono risultati chiaramente orientati, la EBU ha introdotto correttivi, come il ritorno delle giurie, per riequilibrare i risultati.
Green ha assunto una linea ferma: non verranno tollerate raccolte voti sproporzionate e, se si dovessero verificare manipolazioni sistematiche, l’organizzazione non esiterà a prendere provvedimenti. Ha anche ammesso che in passato forse non si è stati abbastanza severi nel contrastare certe pratiche.
Misure e conseguenze
La EBU ha messo mano al regolamento e al codice di condotta per ridurre margini di abuso: il ritorno delle giurie è pensato come un bilanciamento rispetto al peso del televoto, mentre controlli più stringenti mirano a individuare campagne di voto coordinate. Secondo Green, il test decisivo sarà il giorno delle votazioni: sarà lì che si capirà se le modifiche regolamentari hanno avuto efficacia.
Esclusioni per guerra e il tema del soft power
All’intervista sono arrivate proposte più radicali, come l’idea avanzata da alcuni commentatori di escludere dal concorso qualsiasi Paese coinvolto in un conflitto.
Green ha respinto con fermezza l’ipotesi soprattutto perché implicherebbe anche la squalifica di Stati aggrediti, come l’Ucraina. La EBU si vede come un’alleanza di emittenti e non come tribunale politico, e dunque ritiene inaccettabile punire i paesi che sono vittime di aggressioni.
Eurovision come soft power?
Sulla domanda se l’Eurovision sia uno strumento di soft power per i governi, Green è stato netto: non considera questo l’obiettivo principale dell’evento né la motivazione principale delle emittenti. L’intento dichiarato resta quello di celebrare la musica e la diversità, senza diventare veicolo diretto di interessi geopolitici.
Proteste, codice di condotta e scenari futuri
Infine, Green ha riconosciuto che il pubblico può manifestare dissenso, ma ha anche ricordato che certe forme di protesta saranno considerate violazioni del codice di condotta: episodi clamorosi degli anni recenti sono ora inquadrati come comportamenti non ammessi. La vera prova per capire se le tensioni si tradurranno in conseguenze pratiche sarà la gestione del voto: da quel momento dipenderà molto del futuro dell’evento, inclusa la possibilità che alcune delle emittenti che oggi boicottano possano tornare a partecipare agli anni successivi.

