Da pochi mesi il panorama delle produzioni italiane su piattaforme globali si è arricchito di Non abbiamo bisogno di parole, un film diretto da Luca Ribuoli che ha colpito il pubblico per la sua sensibilità e per la scelta di casting. La protagonista, Eletta, è interpretata da Sarah Toscano, artista nota per il suo percorso nella musica, affiancata da interpreti realmente sordi come Antonio Iorillo e Emilio e Carola Insolera. Questa decisione produttiva ha reso il racconto più aderente alla realtà che intende rappresentare e ha stimolato conversazioni sulla rappresentazione della sordità nel cinema contemporaneo.
La trama segue la crescita di una ragazza di sedici anni, unica udente in una famiglia composta da persone sorde. Eletta è una Coda — acronimo inglese di Child of deaf adults — e svolge da anni il ruolo di ponte tra i genitori e il mondo esterno.
Quando scopre una voce interiore attraverso il canto e riceve l’invito a tentare un percorso musicale a Torino, si apre un conflitto centrale: la tensione tra responsabilità familiare e ricerca di autonomia personale. È una storia che parla tanto di legami affettivi quanto di identità e scelta.
Un racconto che fa parlare la scena oltre le parole
Il film non punta solo sulla commozione facile: costruisce una narrazione attenta alle differenze di esperienza legate alla sordità profonda e ai modi diversi di comunicare. La presenza di attori sordi nel ruolo della famiglia amplifica l’autenticità delle scene quotidiane e restituisce al pubblico elementi culturali che spesso restano fuori dai racconti mainstream. La performance di Sarah Toscano è stata preparata con studio della LIS — la lingua dei segni italiana — e con un lavoro sulla recitazione che mira a dar peso alle sottili dinamiche familiari senza scadere nel melodramma.
Perché il casting conta
Affidare i ruoli della famiglia a interpreti sordi non è una scelta solo simbolica: significa permettere che gesti, ritmo comunicativo e modalità espressive emergano in modo naturale. Questo approccio rende evidente come la rappresentazione cinematografica possa servire non solo a raccontare una condizione medica, ma a far conoscere una identità culturale che ha grammatica propria. Il risultato è un film che apre finestre sulla realtà della comunità sorda, stimolando empatia e riflessione.
Tipologie di sordità e modi di comunicare
All’interno del film emergono differenze che sono sia mediche sia culturali. La sordità profonda viene definita in ambito clinico come una perdita uditiva superiore o uguale a 90 decibel e può presentarsi in diversi momenti dello sviluppo: preverbale, periverbale o post-verbale.
Le cause spaziano dalle mutazioni genetiche alle infezioni o esposizioni ototossiche in epoca prenatale, fino a forme acquisite. Queste informazioni sono fondamentali per capire perché le esperienze individuali variano così tanto e perché le strategie comunicative si diversificano.
Segnanti, oralisti e Coda
Nella vita reale, alcune persone sorde adottano la Lingua dei Segni Italiana (Lis) e si riconoscono in una vera e propria cultura segnante, spesso descritta con il termine Deafhood. Altri preferiscono approcci oralisti che puntano sulla lettura labiale e sulla produzione vocale. Poi ci sono i Coda, come Eletta, che crescono bilingui e diventano mediatori naturali tra due mondi. Questo ruolo può arricchire ma anche gravare: i figli udenti spesso si ritrovano a tradurre contenuti delicati prima di avere la maturità per gestirli, e per questo alcune famiglie si avvalgono di interpreti professionisti o servizi dedicati.
L’impatto sociale e culturale del film
Oltre al valore artistico, il film ha innescato conversazioni sulle parole che usiamo e sul modo in cui pensiamo la disabilità e l’accessibilità. Il fatto che la pellicola sia arrivata a essere tra i titoli più visti sulla piattaforma ha amplificato il dibattito, portando molte persone a riconoscersi nella storia e a scoprire aspetti della cultura sorda che prima non conoscevano. La colonna sonora, interpretata dalla protagonista, contribuisce a costruire un’identità sonora che accompagna il percorso di crescita di Eletta e sottolinea il tema della scoperta personale.
In definitiva, Non abbiamo bisogno di parole è un esempio di come il cinema possa essere strumento di inclusione quando mette in campo scelte consapevoli: dalla scrittura ai casting, fino all’attenzione alle lingue e ai codici comunicativi. Il film invita lo spettatore a guardare oltre il suono e a considerare la ricchezza di esperienze che si incontrano quando culture diverse si trovano a condividere lo stesso spazio narrativo.

