Alla base del progetto c’è l’idea di un piccolo spazio che faccia più di proteggere dal sole: deve essere un luogo dove sentirsi meglio e incontrare altri. Il prototipo italiano presentato alla Milano Design Week è un modulo compatto, pensato per contrastare le ondate di calore creando un microclima interno più favorevole rispetto all’esterno. Dentro, la percezione è di freschezza e stabilità: luce filtrata, aria regolata e superfici studiate per intervenire sulla qualità ambientale.
Il progetto è parte dell’installazione GooDesign Cities, coordinata dall’architetto Massimiliano Mandarini con il supporto del Creative Italy Lab. L’obiettivo dichiarato è trasformare questo prototipo in un modello replicabile: non un oggetto isolato, ma un elemento che può inserirsi in contesti urbani diversi e promuovere sia il benessere termico sia la socialità.
La struttura funziona come soglia fra emergenza climatica e vita quotidiana, offrendo permanenza oltre alla semplice protezione.
Un progetto pensato per il clima e per le persone
Il rifugio mette insieme scelte progettuali che rispondono sia a esigenze ambientali sia a bisogni relazionali. La struttura usa alluminio riciclato, pannelli vegetali e aperture controllate per creare una successione di micro-ambienti con leggere variazioni di temperatura e comfort. L’intento è offrire luce naturale, buona qualità dell’aria e spazi dove lavorare, fermarsi o incontrarsi, restituendo alla città elementi architettonici con una funzione sociale più marcata.
Materiali e soluzioni tecniche
Dal punto di vista tecnico, il modulo integra ventilazione naturale, superfici trattate e sistemi per la produzione energetica in loco. La vegetazione è parte attiva: micro-orti e pannelli verdi contribuiscono al raffrescamento e alla biodiversità.
È prevista anche una cuccia per animali domestici, pensata come componente del sistema, che amplia il concetto di rifugio oltre l’uso umano. L’approccio è modulare, così da adattarsi a edifici esistenti, piazze, cortili di scuole o spazi sportivi.
Riproducibilità e integrazione urbana
Il prototipo nasce come unità singola ma è progettato per essere moltiplicato e aggregato: può diventare una stanza autonoma, un nodo di quartiere o un elemento integrato in condomìni e uffici. La sfida principale riguarda l’adozione su scala cittadina: servono attori pubblici e privati, amministrazioni, scuole e aziende che accettino di incorporare il rifugio nelle loro infrastrutture. La modularità consente di mantenere identità e funzionalità anche in contesti economici diversi, con l’obiettivo di non limitare la sostenibilità a poche zone privilegiate.
Accessibilità e applicazioni
La strategia di diffusione punta a coinvolgere chi gestisce il patrimonio edilizio, in particolare i condomìni, indicati come potenziale punto di svolta. Applicare le soluzioni al patrimonio esistente è cruciale: la tecnologia deve poter intervenire senza richiedere la sostituzione completa degli elementi urbani. Solo così la trasformazione può avvenire su larga scala e raggiungere aree meno servite, evitando che la qualità ambientale diventi un privilegio riservato a pochi.
Superfici attive e fotocatalisi
Un elemento chiave del progetto è il trattamento delle superfici con una tecnologia di fotocatalisi sviluppata da Reair, guidata da Raffaella Moro. Si tratta di un coating che si attiva in presenza di luce, naturale o artificiale, trasformando superfici passive in componenti capaci di disgregare gli inquinanti in residui innocui.
Oltre a ridurre lo sporco e lo smog, il rivestimento ha proprietà autopulenti che migliorano la manutenzione degli elementi urbani.
Fotocatalisi e benefici pratici
La fotocatalisi agisce sia all’esterno sia all’interno: in strada contribuisce a limitare l’accumulo di smog, mentre negli ambienti chiusi può intervenire in contesti sensibili come scuole e ospedali dove la qualità dell’aria è critica. Un vantaggio significativo è la possibilità di applicare il trattamento al patrimonio esistente, senza dover ricorrere a sostituzioni costose: questo rende la tecnologia strategica per una diffusione rapida e capillare.
Il progetto lascia aperta la domanda più importante: riuscirà il prototipo a uscire dalla dimensione sperimentale e a generare una rete di nodi urbani attivi? L’idea è di una crescita progressiva, dove moduli aggiuntivi, superfici che diventano attive e spazi connessi trasformino la città in un ecosistema non solo infrastrutturale ma anche relazionale. Il successo dipenderà dalla collaborazione tra progettisti, istituzioni e comunità locali.

