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Perché le false credenze sulla salute dilagano online

Un sondaggio globale trova che sette persone su dieci considerano vere almeno una serie di affermazioni non comprovate sull'healthcare

Perché le false credenze sulla salute dilagano online

Negli ultimi anni la discussione pubblica sui temi della salute è cambiata: non basta più presentare dati e studi per convincere un vasto pubblico. Un’indagine globale evidenzia come, in molti casi, affermazioni senza fondamento scientifico riescano a radicarsi nell’opinione pubblica con sorprendente facilità. Comprendere i meccanismi che rendono credibili queste storie è fondamentale per chi lavora nella comunicazione sanitaria e per le istituzioni che vogliono proteggere la salute pubblica.

Questo fenomeno non è confinato a una specifica fascia demografica: le convinzioni si diffondono tra persone di età, scolarità e orientamenti politici differenti. L’indagine mette in luce anche un cambiamento dell’ecosistema informativo: al calare della fiducia nelle autorità tradizionali corrisponde la crescita di fonti alternative come creator digitali, piattaforme di intelligenza artificiale e reti sociali, dove circolano messaggi spesso contraddittori o privi di evidenza.

Risultati principali dell’Edelman Trust Barometer 2026

Lo studio citato è l’Edelman Trust Barometer 2026, realizzato su 16mila persone in 16 paesi per sondare come si formano oggi le opinioni in ambito sanitario. I partecipanti hanno valutato una serie di affermazioni controverse, indicando se le ritenevano vere, false o se erano incerti. Il quadro emerso è netto: il 70% degli intervistati ha considerato vera almeno una delle dichiarazioni non provate, mentre il 29% ne ha trovate credibili tre o più. Questi dati suggeriscono che le convinzioni errate sono diffuse e persistenti.

Distribuzione geografica e aree critiche

I paesi dove la quota di persone che hanno ritenuto vere affermazioni non supportate dalla scienza è risultata più alta includono India (89%), Sudafrica (88%), Indonesia (79%), Messico (78%) e Brasile (75%).

A titolo di confronto, la Germania si colloca in una posizione intermedia con il 68%. Questa distribuzione dimostra che la questione è globale e non riconducibile a un singolo contesto culturale o regionale.

Le affermazioni esaminate

Per valutare la sensibilità alle narrazioni non comprovate, il report ha sottoposto gli intervistati a diverse tesi diffuse online: tra queste rientravano idee che mettono in dubbio la sicurezza dei vaccini, ipotesi di controllo della popolazione attraverso la vaccinazione, presunte correlazioni tra l’uso di analgesici in gravidanza e l’autismo, critiche all’aggiunta di fluoruro nell’acqua, affermazioni sulla superiorità delle proteine animali rispetto a quelle vegetali e la presunta maggiore salubrità del latte crudo rispetto a quello pastorizzato. Queste affermazioni, pur prive di solide evidenze, sono riuscite a convincere una quota significativa del campione.

Canali di diffusione e fiducia in calo

Il report non interpreta il fenomeno come un disinteresse per la salute: al contrario, chi tende a credere alle affermazioni non provate spesso consuma più notizie sul tema e consulta un maggior numero di fonti. In particolare emerge il ruolo crescente dell’AI: il 35% degli intervistati usa strumenti di intelligenza artificiale per ottenere risposte immediate su questioni mediche. Allo stesso tempo molte persone dichiarano di farsi influenzare da medici, scienziati, familiari ma anche da creator con o senza credenziali e dalle risposte di chatbot. Questo spostamento dell’attenzione coincide con un calo di fiducia verso istituzioni sanitarie, autorità governative e media tradizionali, tendenza accelerata dalla pandemia di Covid-19.

Conseguenze della frammentazione informativa

Nel vuoto lasciato dalle fonti istituzionali, proliferano narrazioni alternative che spesso presentano coerenza interna ma mancano di prove solide. L’effetto è duplice: da un lato si amplifica la circolazione di informazioni contraddittorie; dall’altro si crea una segmentazione degli spazi in cui le persone cercano risposte, rendendo più difficile raggiungere un consenso basato su evidenze. Chi cerca soluzioni rapide trova risposte immediate, mentre chi preferisce fonti tradizionali si sente sempre più distante da chi costruisce fiducia in contesti diversi.

Cosa raccomanda il report

Il documento conclude che la strategia più efficace non è limitata a riaffermare fatti scientifici ma passa attraverso la ricostruzione della fiducia. Per le istituzioni e i professionisti della salute il consiglio è di comprendere il contesto di vita e le preoccupazioni delle persone, adottando un approccio che privilegi il ruolo di guida rispetto a quello di autorità indiscussa. Serve aumentare la presenza nei canali frequentati dagli utenti, ripetere messaggi coerenti con maggiore frequenza e collaborare con voci locali o credibili per raggiungere audience frammentate.

Azioni pratiche per comunicare meglio

Tra le indicazioni operative compaiono l’ascolto attivo delle paure, la traduzione degli studi in linguaggi accessibili e la collaborazione con creator verificati per moltiplicare la portata dei messaggi fondati su evidenze. In pratica, costruire fiducia richiede tempo e coerenza: più che imporsi con dati, le organizzazioni devono mostrare comprensione e presenza continua negli spazi informativi dove le persone cercano risposte quotidiane.

In sintesi, i risultati dell’indagine sottolineano che la lotta alla disinformazione sanitaria non è solo una questione di fact checking, ma una sfida relazionale. Ripristinare fiducia richiede adeguare linguaggi e canali, comprendere le dinamiche locali e lavorare con le comunità per ricostruire ponti tra conoscenza scientifica e pratiche quotidiane.

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Scritto da Roberto Conti

Venti anni a vendere case che costano quanto un appartamento normale in altre città. Ha visto famiglie fare fortuna e altre perdere tutto nel mattone. Conosce ogni trucco degli annunci immobiliari e ogni clausola nascosta nei contratti. Quando analizza il mercato immobiliare, lo fa da chi ha firmato centinaia di rogiti, non da chi legge i report delle agenzie.

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