È scomparso a 74 anni Carlo Monguzzi, lasciando dietro di sé una storia di lotte e iniziative che hanno segnato decenni di ambientalismo italiano. La notizia della sua morte, provocata da un tumore incurabile diagnosticato pochi mesi prima, è stata accompagnata dalle parole struggenti di sua moglie, che ha ricordato con affetto la sua tenacia e la sua capacità di dare serenità. Chi lo ha conosciuto parla di un uomo dal sorriso pacato, capace di un’ironia tagliente e di una coerenza politica che non ha mai abbandonato.
La vita pubblica di Monguzzi è stata una continuità di impegno: dalle campagne pionieristiche del movimento verde alle fatiche all’interno delle istituzioni. La sua presenza si è concentrata su questioni concrete come la raccolta differenziata, il Piano Aria contro lo smog e le opere per mitigare le esondazioni del Seveso.
Professionista con formazione da ingegnere chimico, ha saputo coniugare competenza tecnica e passione civile, trasformando idee in proposte legislative e azioni di pressione pubblica.
Un percorso politico e associativo
Monguzzi fu tra i protagonisti della nascita della Lega per l’Ambiente e figura di riferimento nell’avventura editoriale del mensile La Nuova Ecologia, che aprì la strada ai Verdi italiani. Il convegno «Verdi in Italia» organizzato a Milano il 26 e il 27 febbraio 1983 con il nucleo promotore lombardo fu uno snodo decisivo: da lì nacquero le prime Liste Verdi delle amministrative di giugno 1983. Partecipò inoltre alla prima redazione dell’appello per la costituzione dei Verdi italiani, scritto da Realacci, Massimo Scalia e Alex Langer in una saletta a Urbino durante il primo congresso nazionale della Lega per l’Ambiente.
Dalla piazza ai consigli
La sua azione spaziava dalle manifestazioni di strada alle mozioni in aula: cortei, presidi, biciclettate, interrogazioni e proposte normative formavano un unico percorso. In Regione Lombardia fu consigliere dal 1990, presidente del gruppo della Federazione dei Verdi e assessore regionale all’Ambiente e Energia dal 1993 al 1994, ruolo in cui promosse la prima legge sulla raccolta differenziata e il primo Piano Aria. Rieletto nel 1995, 2000 e 2005, e poi consigliere comunale a Milano nel 2011 con il Pd, non mancò mai di partecipare alle sedute fino alla malattia.
L’operazione Montedison: l’eco-azionismo in pratica
Uno degli episodi più noti della sua azione collettiva fu la strategia di eco-azionismo: entrare nell’azionariato delle grandi industrie per portare le ragioni ambientali dentro le assemblee dei soci.
Il progetto si concretizzò il 27 gennaio 1987 quando la Lega per l’Ambiente acquistò 2.000 azioni Montedison per un investimento di 5 milioni di lire, al prezzo di 2.100 lire per titolo. La manovra ebbe costi logistici imprevisti, come il passaggio di proprietà che costò 42.000 lire, e difficoltà pratiche dovute all’ostruzionismo bancario che chiedeva fino a 60.000 lire per le deleghe.
L’assemblea storica di Assago
La preparazione durò mesi e culminò nella lunga assemblea del 21 giugno 1989 al Centro Congressi di Assago, dove gli ecologisti tennero testa per 11 ore agli amministratori guidati da Raul Gardini. L’intento era forzare un confronto su temi come la chiusura dell’Acna di Cengio, la riduzione di pesticidi e la destinazione di utili a bonifiche ambientali.
La nascita dell’alleanza Enimont e lo scandalo delle tangenti — con la maxi-tangentazione da circa 150 miliardi di lire — rendevano il clima ancora più teso. Nonostante i rifiuti di inserire gli ecologisti nei consigli di amministrazione, la mobilitazione segnò una svolta simbolica nella capacità del movimento di incidere sulle scelte industriali.
Competenze tecniche e impegno civico: l’eredità
Carlo portava con sé un bagaglio tecnico che si tradusse in proposte strutturate: oltre alle leggi sui rifiuti e all’azione contro il nucleare, lavorò su dossier come quello del maggio 1991 intitolato “Enichem. Ambiente, sicurezza, salute dei cittadini. La faccia dimenticata dell’industria chimica italiana“. Si batté per ricordare vicende drammatiche — come la targa in memoria di Giuseppe Pinelli nel quartiere San Siro — e sostenne cause internazionali, dal pacifismo alla denuncia delle guerre che riteneva ingiuste.
Fino alla fine è rimasto un punto di riferimento per chi crede che l’attivismo sostenibile si costruisca con fatti concreti: progetti tecnici, campagne pubbliche e la capacità di entrare nei luoghi del potere per cambiare decisioni sbagliate. La sua eredità resta fatta di leggi, di battaglie nelle assemblee e di gesti di memoria: un invito a proseguire con la stessa intelligenza organizzativa e con il rigore pratico che lui considerava il cuore dell’ambientalismo.

