Il Coronavirus riporta in auge il problema della plastica monouso

Effetti collaterali da Covid-19? Certamente il contrasto con le politiche di tutela ambientale.

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Il Coronavirus favorisce il consumo di plastica monouso

Un effetto collaterale della pandemia da Coronavirus? Certamente il ritorno, prepotente, della plastica monouso. Nel 2019 c’era chi guardava con fiducia al futuro: questo materiale iniziava a essere sempre meno usato. Anche perché il settore del packaging e la maggior parte delle aziende si stavano convertendo a politiche di green-economy, per poter strizzare l’occhio ai consumatori più giovani, molto attenti alla tematica.

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Ma il Coronavirus ha stravolto tutto. Tant’è che la plastica monouso non solo è tornata, ma è addirittura utilizzata più di prima. Inizialmente anche per credenze popolari: nei primi giorni di diffusione del Covid-19, infatti, c’era chi sosteneva che la plastica fosse materiale protettivo dal contagio. Ci ha dovuto pensare il New England Journal of Medicine a smentire questa tesi.

Coronavirus e il consumo della plastica monouso

I numeri del consumo di plastica monouso, in tempi di Coronavirus, sono in netto aumento a causa dell’incremento del delivery e dell’utilizzo di guanti e mascherine. In Italia, per esempio, con la fase 2 è aumentato l’asporto di bar e ristoranti, che per lo più hanno preferito il bicchierino in plastica alla solita tazzina. ⁣⁠Ma non è un problema correlato solo al Bel Paese. Nel mercato italiano cresce la produzione di packaging di plastica con l’aumento della richiesta da parte dei consumatori di prodotti confezionati con materiale monouso.

Un rapporto realizzato da “ISMEA”, inoltre, evidenzia che durante il lockdown il consumo di prodotti alimentari confezionati è cresciuto del 18% rispetto allo stesso periodo del 2019. La strada green che era stata intrapresa sembra subire un rallentamento. ⁣⁠In Germania, per esempio, la produzione di packaging di plastica è aumentata, così come negli Stati Uniti.

Anche le multinazionali si sono viste costrette a fare un passo indietro nelle proprie politiche di tutela ambientale. Per esempio, Starbucks ha sospeso nei punti vendita australiani e statunitensi l’uso di tazze e bicchieri personali e riutilizzabili, in favore di contenitori usa e getta. Un gesto dettato dalla volontà di rendere più sicuro l’accesso ai punti vendita, ma che pesa in maniera incontrovertibile sulla quantità di rifiuti prodotti.

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L’allarme di Plastic Free

Sul tema è intervenuta anche l’associazione Plastic Free. Luca De Gaetano ha evidenziato come: “Il Coronavirus doveva farci riflettere sull’importanza del nostro pianeta ma non è andata così. L’inquinamento e l’inciviltà sono aumentati, il senso di responsabilità per avere un mondo migliore è scomparso. I guanti in plastica monouso, spesso simili a bustine, sono ovunque e presto raggiungeranno fiumi e mari trasformandosi in cibo per la fauna marina. Cosa significa questo? Disastro ambientale e sterminio di tante creature innocenti. Se non invertiamo il trend del monouso, ci ritroveremo con miliardi di guanti in plastica che svolazzano nell’ambiente, fino a raggiungere il mare”.

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La fotografia dell’emergenza ambientale che rischiamo di dover riscontrare al termine della pandemia da Coronavirus arriva direttamente dal primo epicentro del Covid-19: Wuhan. La città cinese è letteralmente sommersa dai rifiuti medici prodotti dagli ospedali, tra cui mascherine e guanti: qui il numero di rifiuti sanitari è quadruplicato arrivando a toccare quota 200 tonnellate.

Il rapporto Onu

L’Onu ha definito l’inquinamento da plastica il più pericoloso in assoluto perché i suoi effetti sono in grado di causare danni irreversibili al pianeta e alla salute dell’uomo. Secondo recenti ricerche già assumiamo, attraverso cibi solidi e liquidi, 250 grammi di plastica all’anno. Ed è un’emergenza ambientale da non porre in secondo piano.

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