Reinventing, De Benedittis: “Le soft skills sono fondamentali per l’efficacia delle competenze tecniche”

Intervista a Federica de Benedittis, Head of Fundraising and Communication di Apurimac ETS, in vista del suo intervento all'edizione 2021 di Reinventing.

Intervista Federica De Benedittis

Dedicato ai professionisti del non profit, la sesta edizione di Reinventing avrà luogo il 7 e l’8 ottobre a Milano (fino al 10 settembre sarà possibile acquistare i biglietti alla tariffa speciale di 249€ + iva invece di 399€ + iva). Durante l’evento di formazione e networking per il mondo delle ONP promosso dall’agenzia di consulenza e comunicazione Atlantis Company, la coach e formatrice Federica De Benedittis approfondirà il tema dell’importanza delle soft skills per lo sviluppo delle organizzazioi non-profit. In questa intervista ha anticipato alcuni contenuti del suo intervento.

Reinventing, intervista a Federica De Benedittis

Cosa si intende per “competenze trasversali” e in che modo possono migliorare l’organizzazione degli enti del Terzo Settore?

Per competenze trasversali si intendono tutte quelle competenze che non sono prettamente tecniche bensì comportamentali e relazionali. Si tratta di skills utili a migliorare il lavoro dal punto di vista dell’efficienza e dell’efficacia poiché favoriscono all’interno di contesti lavorativi dei comportamenti che facilitano l’applicazione delle competenze tecniche. Una delle più note è il problem solving, ovvero l’attitudine positiva nella gestione e nella soluzione delle problematiche. In questo momento sono molto importanti perché tutte le organizzazioni sia profit che non profit stanno vivendo dei fortissimi cambiamenti determinati da un contesto in forte evoluzione anche conseguenza della rivoluzione tecnologica. Altre due competenze trasversali chiave in questo momento importanti sono la flessibilità e l’adattamento a tali cambiamenti molto repentini.

Quali sono le esperienze che l’hanno portata a maturare l’idea che oltre alle competenze tecniche ci sia bisogno anche di quelle trasversali?

Mi sono appassionata a questi temi perché, da direttore della raccolta fondi in varie organizzazioni, ho provato direttamente a gestire i team e a far fronte alle difficoltà relazionali. Più volte mi è capitato di trovarmi davanti ad una grande preparazione sullo strumento dal punto di visto tecnico ma di rendermi conto che l’efficacia della sua applicazione veniva meno proprio perché lo staff non era consapevole di quegli elementi comportamentali (intelligenza emotiva, comunicazione professionale, controllo delle proprie reazioni).

È normale che, soprattutto nei momenti di crisi e incertezza, la componente emotiva sia molto forte: la sua gestione è però fondamentale per la fluidità del lavoro e anche per la fiducia. Quest’ultimo è un elemento fondamentale per gli enti del terzo settore, basati proprio sull’elemento relazionale e fiduciario: andare a minarlo attraverso relazioni che funzionano poco perché non si ha la competenza e la pratica di attivare dei comportamenti efficaci impatta tantissimo sull’efficacia delle attività delle ONP.

Dato che tutta la nostra motivazione si muove per raggiungere un bene, proprio noi che viviamo sullo scambio emozionale nei confronti dei nostri donatori e dei nostri beneficiari dovremmo essere maggiormente capaci di guardare alle soft skills come ad un elemento fondamentale. È dunque paradossale che il nostro mondo, guidato dall’approccio relazionale nel rapporto con i beneficiari o nella scrittura di progetti, si soffermi poco su questi aspetti all’interno delle proprie strutture.

Come e dove è possibile apprendere e sviluppare le soft skills per un fundraiser?

Secondo la mia opinione, all’interno delle organizzazioni vanno attivati dei percorsi di formazione specifica (laboratori, incontri interni, partecipazioni a momenti formativi esterni).  Sono anche però dell’idea che vada superata la formazione esclusivamente manageriale: spesso i corsi vengono infatti riservati ai top manager mentre, come mostrano alcuni studi, dovrebbero avvenire per tutto il team che deve essere formato ed allenato su quelli che sono gli aspetti chiave della gestione delle relazioni. Questi elementi devono poi essere accompagnati dalla pratica: potrebbe quindi essere utili farsi seguire da esperti come stanno già facendo alcune grandi ONP che hanno avviato percorsi di buone pratiche interne.

Sarebbe ideale se facessero questo anche le organizzazioni più piccole facendosi guidare da persone competenti e preparate su queste tematiche provenienti direttamente dal del terzo settore. Altrimenti accade che si faccia riferimento a società di consulenza profit che però non ne conoscono le dinamiche interne. Per esempio, io mi sto spendendo per fare in modo che gli interventi e i corsi fatti nelle organizzazioni non siano a spese di queste ultime: il mio sogno sarebbe che essi possano essere gratuiti perché è l’unico modo in cui potrebbero essere diffusi.

L’anno scorso ha fondato TheGoodSkill, un progetto di formazione e studio sulla leadership e le competenze trasversali: che riscontro ha avuto e come sta procedendo?

TheGoodSkill è un progetto di studio sulle competenze trasversali che è in una fase ancora embrionale: insieme a dei colleghi sto raccogliendo delle informazioni e analizzando il contesto. L’idea è quella di creare un gruppo di persone del terzo settore che possano portarlo avanti. Il riscontro è molto positivo, anche perché ultimamente il mondo del lavoro sta cambiando e il tema delle soft skills viene proposto dalla comunità europea ma anche dal WEF (World Economic Forum), che ogni anno pubblica un rapporto in cui delinea i trend nell’occupazione. L’esigenza di lavorare sulle competenze trasversali la sentiamo dall’interno ma è affermata dunque anche a livello internazionale.

Dopo la fase costitutiva degli enti del terzo settore (anni Settanta), quella della comprensione delle tecniche e degli strumenti professionali e quella normativa (il riferimento è alla riforma del 2019), io auspico infatti che si avvii la fase di fioritura, espansione e miglioramento del nostro lavoro dal punto di vista anche della componente delle abilità relazionali e manageriali che impattano in maniera importante anche sull’efficacia del fundraising.

Quali sono le competenze che si sono rivelate più utili per le ONP per affrontare la pandemia?

La pandemia ha portato alla necessità di adattamento, tanto che da alcune ricerche emerge che coloro che hanno superato le difficoltà determinate dall’emergenza sanitaria sono state le organizzazioni agili, che hanno saputo essere flessibili e che hanno gestito le strategie con pensiero divergente e approccio creativo che ha permesso di impostare, il più rapidamente possibile, nuove strategie.

Il Covid è arrivato in un contesto di forte cambiamento noto come fenomeno del VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity and Ambiguity) time, ossia un periodo in cui tutto è volatile, incerto, complesso e ambiguo: in questo momento, utilizzare delle competenze più prettamente comportamentali, rende dunque le tecniche maggiormente applicabili. Queste ultime sono infatti degli strumenti statici, mentre le soft skills fanno in modo che si risolvano anche i problemi più complessi.

Quali cambiamenti dettati dall’emergenza sanitaria continueranno a riguardare il mondo non profit anche in futuro?

La pandemia ci ha insegnato che le circostanze possono mutare in brevissimo tempo: per far fronte ai cambiamenti serve dunque una grandissima capacità di adattamento, di flessibilità e di pensiero creativo ma anche analitico. Francesca Gino, professoressa di Business and Administration ad Harvard, ha per esempio fondato tutta la sua teoria sulla capacità di ribellarsi in modo costruttivo: il talento ribelle è un elemento chiave nella gestione dell’incertezza e dell’insicurezza.

L’emergenza sanitaria ci ha inoltre fatto capire che i trend, le previsioni e i dati avuti su un certo tipo di comportamento da parte dei donatori non sono più gli stessi: rimane dunque incertezza per il futuro e dobbiamo cercare, come dice il filosofo matematico e autore de “L’infragilità” Assim Thaleb, di navigare nell’incertezza e nella fragilità. Se non sappiamo farlo, non possiamo applicare efficacemente le tecniche.

Che ruolo hanno eventi come il Reinventing?

Questi momenti di condivisione e formazione in cui tutti siamo uniti e ci confrontiamo sono fondamentali. Permettono infatti di non discutere solo come piccolo gruppo di ricercatori su determinate tematiche ma di metterle a disposizione di tutte le organizzazioni non profit. Iniziative come queste sono molto importanti per la divulgazione e l’appropriazione di questi aspetti che sono sentiti anche a livello internazionale.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

What do you think?

Scritto da Debora Faravelli