La domanda se gli smart glasses possano un giorno sostituire il smartphone non è più soltanto un esercizio di fantascienza: è al centro del dibattito industriale. A rispondere con cognizione di causa c’è Federico Buffa, figura chiave nella trasformazione di EssilorLuxottica verso un modello che integra prodotto, tecnologia e servizi. Buffa è entrato nel gruppo nel 2007 come Global Engineering Director e, nel tempo, ha assunto responsabilità in ricerca e sviluppo, product development, licensing e, dal 2026, anche del marketing dell’intero portafoglio marchi. Questa combinazione di esperienze rende la sua lettura particolarmente interessante per capire dove puntano gli occhiali connessi.
All’evento Switch tenutosi a Montecarlo il gruppo ha proposto più di un prodotto: ha lanciato un’idea. L’intento non era il consueto spot commerciale, ma una vera e propria chiamata all’azione per l’ecosistema tecnologico e dei brand.
Secondo Buffa, gli occhiali intelligenti devono essere pensati come un’interfaccia in grado di mettere in relazione il corpo, l’ambiente circostante e l’intelligenza artificiale, trasformando il modo in cui riceviamo e contestualizziamo l’informazione.
Una chiamata al cambiamento più che un semplice lancio
L’evento Switch è stato presentato come un invito: accendere una nuova mentalità e coinvolgere partner e mercati in un percorso condiviso. Per Buffa non si tratta di imporre tecnologia ai marchi, ma di usarla per comunicare meglio con le rispettive community, rispettando personalità ed estetica dei singoli brand. Questo approccio sottolinea il ruolo di leadership che EssilorLuxottica vuole assumere nel delineare una strada comune tra manifattura, design e servizi digitali, senza snaturare l’identità dei prodotti.
La partnership strategica con Meta
Nel racconto di Buffa la collaborazione con Meta ha un peso significativo: non è una semplice alleanza commerciale, ma una partnership reale che mette insieme competenze complementari. EssilorLuxottica porta la tavola il saper fare dell’hardware, la capacità di gestione dei brand e la relazione con il consumatore; Meta contribuisce con piattaforma e competenze software. La scelta di Meta non appare casuale: tra i grandi player tech era quello meno legato all’ecosistema telefonico, quindi più libero nell’immaginare modelli di connettività differenti.
Ridurre il ruolo dello schermo senza cancellarlo
Una delle idee centrali emerse è che l’obiettivo non è eliminare lo schermo, ma ridimensionarne l’importanza. L’occhiale smart è descritto come un gateway capace di offrire occhi e sensori per interpretare segnali biologici ed emotivi, oltre a osservare l’ambiente.
In molti scenari d’uso il valore non sta nella riproduzione continua di contenuti, ma nell’accesso contestuale a informazioni e risposte su ciò che si sta guardando. Questo riposizionamento modifica anche la priorità tecnologica: interazione e comprensione del contesto vengono prima della semplice proiezione visiva.
Tecnologie display: sfide e orizzonti
La parte più complessa resta la resa del display. Limiti tecnici come le guide d’onda e l’olografia frenano ancora una piena integrazione estetica e funzionale in formati consumer. Secondo Buffa, si può prevedere una qualità accettabile entro 2-3 anni, mentre per una soluzione davvero matura anche sul piano del design serviranno circa 5 anni. Questo percorso tecnologico indica una roadmap graduale: prima la funzionalità contestuale, poi la piena esperienza visiva integrata.
Due traiettorie d’adozione: consumer e professionale
Il futuro degli occhiali smart si muove su due binari distinti ma complementari. Sul fronte consumer, il dispositivo può diventare il punto di accesso privilegiato per gli AI agent, fornendo occhi, microfoni e contesto ai sistemi intelligenti che assistono l’utente. Sul fronte professionale, invece, l’occhiale si candida a diventare un device aziendale in ospedali, industria, consulenza e lavori tecnici, dove l’obiettivo è aumentare produttività e capacità operative con informazioni in overlay e supporto remoto.
Infine la scelta dell’occhiale come form factor non è casuale: la posizione sul viso lo mette in contatto diretto con orecchie, bocca e occhi, permettendo di catturare segnali fisici ed emotivi che altri device non intercettano allo stesso modo. Questo è l’elemento che, secondo Buffa, può generare il vero vantaggio competitivo e differenziare gli occhiali smart da semplici dispositivi indossabili o da elementi come un ipotetico bottone smart. La sfida, ora, è trasformare questa visione in prodotti e servizi che sappiano conquistare consumatori e professionisti mantenendo al centro estetica, privacy e utilità.

