Nella ricerca commissionata da Akamai emerge un dato netto: molte professioniste non restano a lungo nel mondo della tecnologia. Secondo lo studio, circa l’87% delle donne esce dal settore entro dieci anni e oltre la metà lascia nei primi cinque anni, con una durata media della carriera femminile in tech attorno ai sei anni. Questi numeri non sono semplici statistiche ma segnali di un problema sistemico legato a cultura, progressione e organizzazione del lavoro. Lasciare spesso non è una scelta dovuta a mancanza di competenze ma a condizioni che riducono la sostenibilità di una carriera tecnica nel tempo.
Estensione del fenomeno e dati fondamentali
Lo studio ha coinvolto un campione ampio e diversificato: circa 1.500 donne nel Regno Unito, tra cui 1.000 che hanno lasciato un ruolo tech e 500 che sono rientrate dopo una pausa.
Più nello specifico, il 55% dichiara di aver abbandonato entro i primi cinque anni, mentre la percentuale che esce entro dieci anni arriva intorno al 87%. La ricerca segnala inoltre che molte ex professioniste non sono inattive: il 13% è passato alla finanza, un altro 13% all’istruzione e il 12% alla sanità, disperdendo competenze preziose per il settore tecnologico.
Le cause principali dell’abbandono
All’origine dell’esodo ci sono motivi che ricorrono con frequenza: più del 50% delle intervistate ha riportato una scarsa sensazione di appartenenza, il 40% ha segnalato una mancanza di diversità di genere nei ruoli di leadership e il 10% ha identificato il pregiudizio di genere come fattore contributivo. Inoltre, la carenza di opportunità di crescita è spesso decisiva: quasi tre quarti delle donne ha indicato la mancanza di progressione di carriera come elemento rilevante, e per il 19% è stata la ragione principale della scelta di lasciare.
Flessibilità e burnout
Un capitolo a parte riguarda l’organizzazione del lavoro. Il 56% delle intervistate ha citato orari rigidi come problema, il 15% ha indicato l’assenza totale di possibilità di lavoro flessibile e oltre il 40% ha lamentato un cattivo equilibrio tra vita privata e professionale. Questi vincoli sono collegati anche a esiti di salute mentale: il 19% ha dichiarato che il burnout ha inciso significativamente sulla decisione di lasciare. In pratica, la somma di orari stringenti, responsabilità extra lavorative e mancanza di supporto genera un ambiente che molte donne non possono sostenere nel medio periodo.
Impatto sulla sicurezza e sui ruoli specialistici
Il fenomeno coinvolge anche figure tecniche sensibili, come le esperte di cybersecurity. Nel campione, quasi 200 donne identificano la sicurezza informatica come specialità primaria: perdere competenze in questo ambito ha impatti concreti sulla resilienza delle organizzazioni.
Molte intervistate sottolineano che lavorare su sfide di sicurezza davvero rilevanti aumenta la soddisfazione (circa il 75% nella sottocategoria), suggerendo che la natura del lavoro e il suo significato possono giocare un ruolo importante nella ritenzione delle professioniste.
La dimensione del ritorno
Non tutte le uscite sono definitive: quasi il 39% delle donne dichiara che potrebbe tornare al settore alle condizioni giuste. Tra i fattori che spingerebbero al rientro emergono un salario più alto (48%), migliori prospettive di carriera (poco meno del 20%) e una maggiore flessibilità (38%). Tra quelle che sono già rientrate, oltre la metà lo ha fatto dopo un aumento di stipendio, il 43% per opportunità di sviluppo e più del 40% per un miglior equilibrio vita-lavoro.
Il dato rassicurante è che chi rientra tende a restare: il 90% dichiara l’intenzione di rimanere almeno altri due anni.
Quali azioni possono adottare le aziende
Le indicazioni emerse dalla ricerca evidenziano percorsi chiari per ridurre l’esodo: creare percorsi di progressione trasparenti, implementare modelli di lavoro flessibile (part-time, job sharing, ibrido) e rivedere le politiche retributive. È altrettanto importante costruire canali di reinserimento per chi ha interrotto la carriera, con programmi di aggiornamento e mentoring dedicati. Leader come Natalie Billingham e esperti di diversity sottolineano che intervenire su struttura e cultura organizzativa può trasformare il problema in opportunità per costruire team più stabili e inclusivi.
In sintesi, il settore tech si trova davanti a una finestra di opportunità: trattenere e richiamare talenti femminili richiede cambiamenti concreti e misurabili su cultura, retribuzione e flessibilità. Investire in percorsi di carriera e in politiche che rendano sostenibile la vita professionale delle donne non è solo una questione di equità, ma una strategia per rafforzare competenze chiave e competitività del sistema tecnologico.

