Lo squalo della Groenlandia è noto per la sua straordinaria longevità, ma uno studio recente ha preso una direzione diversa: invece di chiedersi perché questi animali evitino il danno, i ricercatori hanno chiesto come riescano a conviverci. Il team guidato dalla Scuola Normale Superiore di Pisa, con la collaborazione della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e dell’Università di Genova, ha analizzato tessuti cardiaci e ha scoperto un quadro ricco di segni di invecchiamento, pur con animali che apparivano funzionalmente integri al momento della cattura.
Per mettere a fuoco i risultati, gli autori hanno confrontato i cuori degli esemplari di Somniosus microcephalus con quelli di altre specie: l’Etmopterus spinax, uno squalo profondo dal ciclo di vita breve, e il Nothobranchius furzeri, il noto killifish usato come modello di invecchiamento accelerato.
L’approccio comparativo ha permesso di separare gli effetti dell’ambiente profondo dall’adattamento specifico della specie più longeva.
Osservazioni microscopiche e marcatori del danno
Le sezioni cardiache hanno rivelato una fibrosi diffusa nel miocardio ventricolare, accumuli di lipofuscina e un’abbondante presenza di 3-nitrotirosina, un marcatore di stress ossidativo. All’osservazione ultrastrutturale sono emersi mitocondri visibilmente compromessi e lisosomi con materiale denso al loro interno. Questi elementi, presi insieme, compongono un quadro coerente: il tessuto mostra segni avanzati di usura e rimodellamento, analoghi a quelli che in molti vertebrati indicano declino funzionale, ma qui coesistono con animali capaci di muoversi e nutrirsi normalmente.
Come è stato condotto il confronto
Il lavoro ha incluso campioni provenienti da esemplari lunghi oltre tre metri e stimati tra i cento e i centocinquanta anni; per alcune analisi sono stati processati campioni di sei animali.
Il confronto con Etmopterus spinax ha attenuato l’ipotesi che la profondità in sé causi tutta la lesione, mentre il confronto con il killifish ha fornito la prospettiva opposta: specie con rapido invecchiamento mostrano alterazioni ma non il medesimo profilo esteso. Così è emersa l’idea di un pattern specifico per Somniosus microcephalus.
Il concetto di resilienza biologica
Gli autori usano il termine resilienza per descrivere la capacità dell’organo e dell’animale di mantenere la funzione nonostante la presenza di lesioni che in altre specie causerebbero insufficienza. Nel caso dello squalo della Groenlandia, la combinazione di basso metabolismo, temperatura fredda dell’ambiente e una possibile regolazione molecolare speciale potrebbe far sì che la fibrosi e il danno mitocondriale non traducano automaticamente in perdita di performance.
La resilienza non è assenza di danno: è la persistenza della funzione in presenza di danno.
Elementi fisiologici che contano
La fisiologia di questa specie include una pressione arteriosa e un ritmo metabolico relativamente bassi, elementi che riducono il carico meccanico sul cuore. Inoltre, il fatto che gli animali siano stati catturati con palangaro e abbiano reagito all’esca fornisce prova indiretta di integrità funzionale: percepire, orientarsi e nutrirsi richiedono sistemi sensoriali e motori operativi, nonostante il tessuto cardiaco mostri segni di invecchiamento istologico.
Implicazioni per la medicina dell’invecchiamento
La lezione più utile per la ricerca umana riguarda la healthspan, cioè il periodo di vita attivo e in buona salute. Invece di cercare solo come prevenire ogni danno tissutale, la biomedicina potrebbe esplorare vie che permettano agli organi di mantenere funzione nonostante lesioni.
I possibili meccanismi includono regolazioni della matrice extracellulare, sistemi di qualità mitocondriale, gestione lisosomiale e risposte ossido-nitrosative specifiche. Queste sono ipotesi che richiedono studi di genomica, proteomica e trascrittomica mirati per identificare vie molecolari protettive.
Il passo successivo indicato dagli autori è l’analisi del genoma di Somniosus microcephalus per cercare segnali molecolari associati a questa capacità di adattamento. La scoperta non promette soluzioni immediate trasferibili all’uomo, ma apre una nuova domanda sperimentale: come mantenere la funzione quando il danno è già presente? Studiare specie estreme come lo squalo della Groenlandia può rivelare strategie evolutive che, tradotte con cautela, arricchiranno il repertorio delle potenziali terapie per un invecchiamento sano.

