Il raincoat o impermeabile, è più di un semplice capo d’abbigliamento: è un testimone silenzioso di cambiamenti sociali, estetici e culturali. Dalle prime soluzioni primitive trovate accanto al corpo di Ötzi, passando per le innovazioni dei popoli artici, fino alle passerelle degli anni ’60, il capo ha sempre coniugato funzionalità e stile. Parallelamente, la poetessa Alda Merini ha trasformato la metafora dell’acqua in una poesia di guarigione dimostrando che la protezione può essere sia materiale che emotiva.
Raincoat: dalle origini alla ribalta delle passerelle
Prime forme di protezione dalla pioggia
Le prime testimonianze di indumenti antiacqua risalgono al Neolitico, quando una coperta d’erba intrecciata fu scoperta accanto alla mummia di Ötzi. Nei secoli successivi, le culture olmeca trasformarono il lattice della Castilla elastica in una prima forma di gomma, mentre gli Inuit e i Yup’ik confezionavano mantelli sottili ma impermeabili usando le budella di foche e balene. Questi esempi dimostrano che l’ingegno umano ha sempre ricercato soluzioni pratiche ed estetiche per difendersi dalle intemperie.
Il boom degli anni ’60
La seconda metà del XX secolo ha visto l’esplosione del fashion rainwear. Grazie all’avvento del cloruro di polivinile (PVC), designer come Mary Quant hanno introdotto versioni colorate e futuristiche del raincoat, con tonalità accese – dal giallo limone al rosso brillante – che hanno conquistato le pagine delle riviste di moda. La sua “Wet Collection” del 1963, presentata all’Hôtel de Crillon di Parigi, ha messo in scena capi in cotone rivestito di PVC, definendoli “materiale artificiale e lucidissima”. Il raincoat divenne così simbolo di emancipazione giovanile e di una modernità che abbracciava la tecnologia.
Il raincoat nel cinema e nella cultura pop
Il cinema ha sempre favorito il raincoat come elemento scenografico. Nella scena finale di Colazione da Tiffany (1961), Audrey Hepburn e George Peppard si scambiano un bacio sotto una pioggia incessante, entrambi avvolti in impermeabili scintillanti. Altri icone come Brigitte Bardot in Vita privata (1962) e Sophia Loren in Arabesque (1966) hanno consolidato l’associazione tra impermeabile e glamour. Nei film noir, il capo è spesso impiegato per creare atmosfere piovose e reflexive, dove la pioggia amplifica tensioni narrative e desideri nascosti.
Alda Merini e l’amore curativo in “Assetato di baci”
Analisi dei versi
La poesia “Assetato di baci”, parte della raccolta La volpe e il sipario cattura l’essenza di un amore capace di medicare le ferite dell’anima. Merini descrive l’amato come “branca d’acqua felice” che mescola i colori, simbolo di un linimento capace di lenire le ombre interiori. I versi rivelano una tensione tra la “falce di aria e di lira”, che smette di parlare, e il bisogno di un contatto tangibile che vada oltre la parola. Il “drago dalle mille facce” rappresenta le ansie quotidiane, mentre il bacio diventa l’unico antidoto reale.
Il filo conduttore: protezione materiale ed emotiva
Il raincoat e la poesia di Merini condividono una metafora comune: entrambi offrono un rifugio. Mentre l’impermeabile difende il corpo dalla pioggia, la poesia fornisce una corazza emotiva contro le ferite dell’esistenza. Entrambi sono nati in periodi di crisi – la Grande Depressione per il capo, gli anni ’90 per la poetessa – dimostrando come la necessità possa trasformarsi in arte. Questo legame tra moda e letteratura evidenzia come la cultura utilizzi oggetti quotidiani per raccontare storie di resilienza, bellezza e guarigione.



