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Legno solare: come la balsa genera energia anche al buio

Un pezzo di legno ingegnerizzato che cattura la radiazione solare di giorno e la converte in corrente di notte: promette efficienza e sostenibilità

Legno solare: come la balsa genera energia anche al buio

La dipendenza dei pannelli solari dalla radiazione diretta limita la produzione a ore diurne, creando un divario tra picchi di generazione e domanda notturna. Un gruppo di ricerca cinese ha messo a punto un approccio alternativo: trasformare il legno di balsa in un composito capace di assorbire luce, immagazzinare calore e poi generare elettricità anche al buio. Lo studio, pubblicato su Advanced Energy Materials, descrive una filiera di modifiche chimiche e nanoscalari applicate alla struttura naturale del legno per conferirgli proprietà multifunzionali.

Più che una singola innovazione, il dispositivo è il risultato di una strategia a strati: dalla rimozione selettiva di componenti naturali alla deposizione di rivestimenti protettivi e agenti termici. In pratica, la balsa viene resa altamente porosa, rivestita con sottili fogli di fosforene e protetta da una rete metallo-polifenolica, poi integrata con nanoparticelle e molecole idrofobiche.

Questo assemblaggio non solo massimizza l’assorbimento della radiazione su varie lunghezze d’onda, ma permette anche di trattenere l’energia in forma termica da rilasciare progressivamente.

Come funziona il dispositivo

Il principio operativo si basa su tre fasi concatenate: cattura della radiazione, immagazzinamento sotto forma di energia termica e conversione in corrente elettrica dopo il tramonto. I nanofogli applicati alle superfici interne trasformano la luce in calore, mentre materiali a cambiamento di fase e additivi specifici accumulano energia latente. Quando la sorgente luminosa viene meno, il calore rilasciato crea condizioni favorevoli per la generazione di tensione: nei test di laboratorio il prototipo ha prodotto fino a 0,65 volt, mostrando che la conversione termo-elettrica è effettiva anche in assenza di luce.

I materiali impiegati

Alla base c’è il legno di balsa, scelto per la sua elevata porosità naturale e l’ottimo isolamento termico. La rimozione della lignina aumenta la porosità oltre il 90% e lascia canali longitudinali utili per ospitare materiali a cambiamento di fase. Sopra queste superfici vengono depositati nanofogli di fosforene nero, sensibili a un’ampia gamma di lunghezze d’onda, e avvolti in una rete di acido tannico coordinato con ioni di ferro che ne previene l’ossidazione. Successivamente si aggiungono nanoparticelle d’argento per amplificare l’assorbimento e catene alchiliche per rendere il composito superidrofobo; infine l’acido stearico funge da serbatoio termico.

Risultati sperimentali

I test riportati mostrano numeri promettenti: il composito converte e immagazzina la radiazione solare con un’efficienza di conversione fototermica di circa 91,2%, e dispone di una densità di calore latente significativa (nell’ordine di centinaia di kJ/kg).

Le misure indicano inoltre una maggiore conducibilità termica rispetto all’acido stearico puro e una stabilità su numerosi cicli termici, con il prototipo che ha mantenuto performance senza degradazione rilevabile su centinaia di cicli. Le proprietà aggiuntive riguardano resistenza al fuoco e attività antimicrobica grazie agli elementi integrati.

Limiti e sfide

Nonostante i risultati incoraggianti, il percorso verso applicazioni su larga scala è ancora lungo. Le prove sono state condotte su campioni di dimensione laboratoristica: resta da valutare la replicabilità industriale, il costo dei processi nanotecnologici e la durabilità in condizioni ambientali reali. Inoltre, la tensione generata (ad esempio i 0,65 volt) è utile per dispositivi a basso consumo ma non ancora sufficiente per alimentare una casa intera. Queste limitazioni richiedono integrazioni con sistemi di accumulo o reti elettriche tradizionali.

Prospettive e possibili applicazioni

Il valore principale di questa ricerca è il concetto: usare una biomassa a crescita rapida come piattaforma per aggiungere funzioni che vanno oltre l’impiego strutturale. Se scalata, la tecnologia potrebbe rivolgersi a dispositivi off-grid, sensori remoti, componenti per facciate o tetti che forniscono energia supplementare nelle ore notturne, oppure integrare sistemi ibridi con batterie. I ricercatori suggeriscono che l’approccio modulare sia estendibile ad altri materiali bidimensionali e a diverse biomasse, aprendo scenari interessanti per soluzioni più sostenibili rispetto a processi ad alta intensità energetica.

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Scritto da Federica Bianchi

Biologa nutrizionista e giornalista scientifica. 10 anni di pratica clinica.

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