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Il ruolo della Cina nello stretto di Hormuz: tra negoziati, rotte commerciali e rischio geopolitico

La Cina cerca di affermarsi come potenza responsabile nello scacchiere di Hormuz, proteggendo rotte energetiche e mantenendo una distanza strategica da Teheran

Il ruolo della Cina nello stretto di Hormuz: tra negoziati, rotte commerciali e rischio geopolitico

Negli ultimi sviluppi della crisi in Medio Oriente, una petroliera come la Rich Starry è diventata simbolo di tensioni e incertezze: inserita nella lista nera degli Stati Uniti dal 2026, la nave ha effettuato una misteriosa inversione di rotta nello stretto di Hormuz, dopo l’annuncio di un blocco navale da parte di Donald Trump. Questo episodio mette in luce come la libera circolazione marittima non sia più scontata e come le dinamiche regionali stiano ridefinendo logiche commerciali e politiche.

Di fronte a questi eventi, il comportamento dei paesi asiatici mostra due approcci distinti: armatori occidentali che cercano soluzioni private e disordinate, mentre governi asiatici impostano canali più istituzionali per proteggere approvvigionamenti e traffici. In questo contesto la Cina è il caso più rappresentativo, per la profondità dei legami energetici con l’Iran e per la capacità di combinare tutela degli interessi economici e diplomazia pubblica.

La presenza cinese nello stretto e le sue implicazioni

Il rapporto tra Pechino e Teheran non è solo politico ma anche profondamente economico: circa il 80% delle esportazioni petrolifere iraniane è diretta verso la Cina, un dato che disegna un’interdipendenza strategica. Questa vicinanza consente a Pechino di ottenere condizioni più favorevoli per il transito delle proprie navi, come dimostrano i passaggi ufficiali di portacontainer della Cosco e la ripresa delle prenotazioni commerciali verso il Golfo Persico. Tuttavia, vantaggi di breve periodo nascondono ambiguità politiche e rischi reputazionali.

Azioni navali e segnali d’identità

Nei primi giorni del conflitto molte imbarcazioni hanno adottato strategie di auto-identificazione, trasmettendo messaggi come “equipaggio cinese” per abbassare la probabilità di essere attaccate. Allo stesso tempo è emerso il fenomeno dei cosiddetti pedaggi imposti da milizie locali, pagabili in yuan o in stablecoin, che introduce una componente monetaria nel controllo delle rotte.

Analisti come Ye Yan hanno criticato l’accettazione di tali pratiche, sostenendo che il problema non sia la valuta usata ma il precedente di una estorsione marittima.

Accordi nazionali e strategie caso per caso

Oltre alla Cina, vari paesi asiatici hanno negoziato passaggi specifici con Teheran. Il Pakistan ha siglato intese che consentono il transito quotidiano di un numero limitato di navi, mentre l’India ha gestito singoli attraversamenti di petroliere e metaniere attraverso interlocuzioni dirette e assistenza operativa quando necessario. Queste soluzioni sono in genere ad hoc, concordate caso per caso e non strutturate come accordi generali, per adattarsi all’evolversi della situazione sul campo.

Il Giappone e i partner del G7

Anche alleati degli Stati Uniti hanno trattato con Teheran: le metaniere della Mitsui OSK Lines hanno ricominciato a transitare dopo colloqui con il ministro degli Esteri iraniano, e il Giappone ha mantenuto canali diplomatici non interrotti con Teheran.

Il passaggio dello stretto di Hormuz è cruciale per Tokyo, che dipende in larga misura da quelle rotte per l’import energetico, e la politica nipponica ha scelto finora una linea di dialogo piuttosto che l’invio di forze navali.

Diplomazia cinese: mediazione con limiti

Pechino si propone come attore interessato a favorire il cessate il fuoco e a proteggere le rotte commerciali, ma con attenzione a non assumersi oneri diretti. Le iniziative diplomatiche includono un piano in cinque punti elaborato insieme al Pakistan e i quattro punti per la pace illustrati da Xi Jinping in incontri bilaterali, che puntano su coesistenza, rispetto della sovranità, centralità della Carta dell’ONU e connessione tra sicurezza e sviluppo. Questi messaggi vogliono costruire l’immagine di una potenza responsabile capace di mediare senza vincolarsi.

Tra riconoscimenti e smentite

Negli ultimi giorni è circolata la narrazione secondo cui la Cina avrebbe convinto l’Iran ad accettare una tregua temporanea con gli Stati Uniti: Pechino ha parzialmente ridimensionato questa lettura, definendola una semplificazione che attribuisce responsabilità che non intende assumere. La strategia cinese resta quindi fondata su un equilibrio delicato: avvicinarsi abbastanza da proteggere interessi energetici e relazioni con il mondo arabo, ma mantenere una distanza tale da non compromettere rapporti con altre potenze.

Prospettive e manovre diplomatiche

La volontà di non essere trascinata in impegni diretti spiega anche la fitta activity diplomatica di Pechino, che negli ultimi giorni ha accolto diversi leader e si prepara a incontri di alto livello. Se non ci saranno ulteriori rinvii, tra maggio e giugno sono previsti a Pechino incontri che includono figure di primo piano come Donald Trump e Vladimir Putin. Queste visite rientrano in un disegno più ampio in cui Xi punta a consolidare la capacità di mediazione internazionale della Cina, pur mantenendo la flessibilità strategica che le consente di amministrare rischi e opportunità.

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Scritto da Fabio Rinaldi

Giornalista motoristico, ex ingegnere di pista F3. Copre F1, MotoGP e mercato auto.

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