Un reporter che si occupa di crimine organizzato e attività paramilitare in Irlanda del Nord ha portato in alto tribunale una denuncia contro la Police Service of Northern Ireland (PSNI). La causa, presentata nel 2026, sostiene che la forza di polizia abbia richiesto, in maniera occulta, le informazioni telefoniche del giornalista nel 2014 al fine di identificare una fonte confidenziale.
Il ricorso è stato presentato sotto il nome protetto YZL per tutelare sia l’autonomia del giornalista sia la sicurezza delle sue fonti. La difesa è curata dall’avvocato Olivia O’Kane la quale ha chiesto al giudice di ordinare la piena divulgazione di tutti i documenti relativi alla sorveglianza, sostenendo che il giornalista non conosce l’estensione delle attività investigative svolte dalla polizia.
Il ricorso contro la PSNI
Secondo gli atti depositati in aula, la PSNI aveva presentato domande di accesso a dati di comunicazione nel 2014, facendo riferimento al Regulation of Investigatory Powers Act. L’obiettivo dichiarato era individuare la persona che aveva fornito al giornalista informazioni sensibili per una inchiesta su gruppi paramilitari. La denuncia invita il tribunale a riconoscere tre violazioni: uso improprio di informazioni privatemolestia ai sensi del Protection from Harassment (Northern Ireland) Order 1997 e infrangimento del Data Protection Act 1988 e 2018.
Il giudice McAlinden, nella udienza preliminare del 18 settembre 2026, ha concesso un ordine di anonimato, ritenendo che la capacità dell’autore di mantenere segrete le proprie fonti sia fondamentale in un contesto minaccioso. Una successiva udienza è fissata per i primi di novembre, dove la Corte valuterà l’eventuale ingiunzione per la divulgazione dei documenti richiesti.
Le indagini sulla sorveglianza illegale
Il contesto giudiziario è stato alimentato da una revisione indipendente condotta dal procuratore Angus McCullough KC nel 2025. La sua relazione ha identificato 21 casi in cui la PSNI ha emesso autorizzazioni illegittime per scoprire fonti giornalistiche, coinvolgendo otto reporter. Il rapporto ha concluso che le autorizzazioni rilasciate tra il 2007 e il 2015 non hanno rispettato il criterio di “interesse pubblico prevalente”, rendendole,
Il capo della PSNI, Jon Boutcher ha accettato per iscritto le conclusioni del McCullough Review. La revisione ha inoltre sottolineato che i poteri di accesso ai dati – numeri chiamati, orari e durata delle chiamate – sono esplicitamente intrusivi quando vengono usati contro giornalisti e le loro fonti.
Precedenti giudiziari e risarcimenti
Il caso di YZL si inserisce in una serie di decisioni del tribunale dei poteri investigativi (Investigatory Powers Tribunal, IPT). Nel luglio 2026, il giornalista della BBC Vincent Kearney ha ottenuto £20 000 di risarcimento per violazioni dei diritti umani dopo che la PSNI e l’intelligence MI5 avevano tentato più volte di identificare le sue fonti. Nel 2024, i reporter Trevor Birney e Barry McCaffrey hanno ricevuto ciascuno £4 000 per violazioni analoghe.
Queste sentenze dimostrano come i tribunali stiano iniziando a riconoscere il danno patrimoniale e morale derivato da una sorveglianza non autorizzata. Tuttavia, gli avvocati di YZL hanno sottolineato che l’IPT si è più concentrato sulla legittimità delle pratiche di polizia che sul risarcimento concreto delle vittime.
Possibili effetti sul panorama della libertà di stampa
Se la Corte accoglierà la richiesta di full disclosure dei documenti, la PSNI sarà costretta a rendere pubblici i dettagli delle proprie richieste di dati, creando un precedente di trasparenza che potrebbe limitare future operazioni di sorveglianza su giornalisti. Un simile risultato rafforzerebbe la protezione prevista dal Data Protection Act e dalle normative sul rispetto della privacy nel Regno Unito.
Al contempo, la decisione potrebbe spingere le forze di polizia a rivedere le proprie procedure interne, inserendo un controllo più rigoroso sull’applicazione dell’interesse pubblico. Il caso rimane in attesa di una decisione finale, ma già ha catalizzato l’attenzione di professionisti dei media, esperti di diritto sulla privacy e associazioni per la libertà di stampa, che vedono in YZL un simbolo della lotta contro la “sorveglianza preventiva” delle fonti giornalistiche.



