Negli archivi delle politiche climatiche internazionali si è aperto un varco che continua a ruotare nell’ombra: le emissioni militari. Quel vuoto regolamentare non è casuale. Fin dal 1997 il protocollo di Kyoto ha escluso le attività militari dagli obblighi di rendicontazione, una scelta che ha lasciato spazio a decenni di omissioni nei conteggi ufficiali del CO₂ e degli altri gas serra.
Oggi quella lacuna pesa sia sui numeri sia sulla fiducia pubblica. Paesi con i maggiori bilanci della difesa come Stati Uniti, Cina e Russia trasmettono poco o nulla alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), e molte forze armate dichiarano meno del 10% della loro impronta di CO₂. In pratica, il maggior produttore di emissioni resta in gran parte fuori dal bilancio condiviso del clima.
L’esclusione normativa e il suo impatto
La scelta di non conteggiare le attività belliche ha conseguenze concrete: senza numeri verificati non è possibile pianificare riduzioni né chiedere contabilità responsabili. Secondo stime consolidate, le forze armate globali sono responsabili di circa 5,5% delle emissioni annue di gas serra, e ogni euro o dollaro speso per la difesa tende a generare più emissioni rispetto agli investimenti civili medi. La spesa militare globale ha raggiunto i 2.700 miliardi di dollari nel 2026 e, se confermate le proiezioni attuali, potrebbe arrivare a 6.600 miliardi di dollari entro il 2035, con impatti climatici proporzionali.
Perché non si dichiara
La ragione ufficiale per l’opacità è la sicurezza operativa: divulgare dettagli su consumi di carburante, logistica e movimenti potrebbe rivelare informazioni sensibili.
Tuttavia questa obiezione non impedisce sistemi di rendicontazione aggregata, verificata e pubblicata con ritardo. Esempi pratici esistono: le missioni di peacekeeping dell’ONU comunicano le proprie emissioni e, grazie a quella trasparenza, hanno avviato processi di riduzione. La scelta tecnica non è dunque tra rendicontare o compromettere la sicurezza, ma su come rendicontare in modo responsabile.
I numeri dei conflitti: cifre che pesano
I costi climatici delle guerre sono misurabili e spesso imponenti. Per citare alcuni esempi recenti, i primi 14 giorni della guerra del 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno prodotto circa 5 milioni di tonnellate di CO₂. A gennaio 2026 l’attacco su Gaza aveva generato una stima di 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, includendo le emissioni legate alla successiva ricostruzione.
L’invasione russa dell’Ucraina è stata calcolata in circa 230 milioni di tonnellate di anidride carbonica nell’arco di tre anni.
Rapporti indipendenti e richieste di riparazione
La ricerca indipendente aggiunge elementi ulteriori: il rapporto WarBon, curato dall’Initiative on GHG Accounting of War, stima emissioni accumulate in Ucraina superiori a 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente in quattro anni, mentre gli impatti di Gaza sono valutati oltre 31 milioni di tCO₂e. Alla COP30 in Brasile l’Ucraina ha avanzato una richiesta di risarcimento ambientale di 57 miliardi di dollari, calcolata assumendo un costo sociale del carbonio di 185 dollari per tonnellata: un passaggio che trasforma l’inquinamento in un argomento di giustizia e contabilità internazionale.
Conseguenze ambientali e sociali sul terreno
Le emissioni non sono solo numeri: producono ricadute visibili e quotidiane. Le colonne di fumo su Fujairah sono visibili dallo spazio; la pioggia nera caduta su Teheran dopo i bombardamenti ai depositi di petrolio ha lasciato odori e residui; in Yemen agricoltori non riescono più a pompare acqua per l’irrigazione; nella fascia di Gaza la presenza, poi la scomparsa, della foca monaca mediterranea è legata alla distruzione degli impianti di trattamento delle acque reflue. Questi sono esempi di come conflitto e ambiente si intreccino in modo diretto.
Voci dal campo
Accanto ai dati tecnici emergono testimonianze personali: un climatologo iraniano, che ha analizzato gli effetti atmosferici dei bombardamenti e attendeva i dati satellitari per approfondire, ha chiuso uno degli ultimi messaggi con una frase lapidaria: «Se sopravvivo, lo farò». Queste parole ricordano che la produzione di conoscenza sulle ricadute climatiche dei conflitti può essere ostacolata dalla stessa violenza che vuole documentare.
Verso una contabilità possibile
Integrare le emissioni militari nei bilanci climatici richiede volontà politica e strumenti tecnici realistici: rendicontazioni annuali aggregate, verifiche indipendenti e un ritardo nella pubblicazione che tuteli la sicurezza. Rendere visibile il contributo bellico alle emissioni equivarrebbe a includere un grande emettitore nella transizione verso il net zero, evitando che ogni riduzione civile venga sistematicamente erosa dal fumo dei conflitti.
La sfida è duplice: misurare senza mettere a rischio operazioni sensibili e chiedere alle società che subiscono i danni di poter contare su riparazioni e politiche di prevenzione. Solo così la contabilità climatica potrà essere completa, giusta e coerente con l’impegno globale verso una riduzione autentica delle emissioni.

