Il divieto di accesso ai social per gli utenti sotto i 16 anni, entrato in vigore in Australia il 10 dicembre 2026, è stato presentato come una misura di protezione per i più giovani. Tuttavia, a poche settimane dall’attuazione, emergono forti segnali che la norma fatichi a produrre gli effetti sperati. La discussione non riguarda solo l’Australia: diversi Paesi stanno considerando o hanno già adottato misure analoghe, e la questione solleva interrogativi pratici su verifica dell’età, responsabilità delle piattaforme e tutela della privacy.
Il dibattito tecnico e politico si confronta con dati concreti raccolti da organizzazioni indipendenti: la Molly Rose Foundation, onlus del Regno Unito, ha condotto un sondaggio su 1.050 giovani australiani tra i 12 e i 15 anni che evidenzia criticità nell’applicazione del provvedimento.
Allo stesso tempo, autorità come l’eSafety Commissioner segnalano numeri rilevanti di account bloccati ma anche possibili violazioni. Sullo sfondo restano questioni pratiche come l’app UE per la verifica dell’età che in Italia dovrebbe arrivare in IT-Wallet entro l’estate e la proposta di legge italiana che punta a un limite diverso, sotto i 15 anni.
Perché il divieto fatica a funzionare
Esistono ragioni tecniche e umane che spiegano la scarsa efficacia del provvedimento. Sul piano tecnologico, i meccanismi di controllo dell’età spesso si basano su dati facilmente manipolabili o su procedure che raccolgono dati sensibili senza adeguate garanzie. Sul piano pratico, gli adolescenti mostrano una notevole capacità di adattamento: molti utilizzano account già esistenti, sfruttano documenti o volti di adulti, oppure cambiano il proprio comportamento digitale per evitare i controlli.
Questo crea un paradosso: la legge è chiara sul piano normativo, ma risulta difficile da tradurre in misure tecniche che non richiedano trade-off problematici tra efficacia e tutela della privacy.
Tecniche di elusione
Le modalità con cui i minori aggirano i blocchi sono varie e spesso semplici da mettere in pratica. Tra le più comuni ci sono l’uso del volto o dei documenti di un adulto per i sistemi di riconoscimento facciale, la creazione di account antecedenti all’entrata in vigore della norma, e l’impiego di VPN per mascherare la posizione geografica. Altri metodi includono l’utilizzo di numeri telefonici registrati all’estero o di account condivisi con fratelli e amici. Queste pratiche dimostrano che, senza un controllo capillare e tecnologie affidabili, il divieto rischia di essere facilmente aggirato, trasformandosi in un ostacolo formale più che sostanziale.
I numeri della ricerca e il ruolo delle piattaforme
Il sondaggio della Molly Rose Foundation indica che oltre il 60% dei giovani tra 12 e 15 anni continua ad avere accesso ad almeno una piattaforma interessata dal divieto: tra queste figurano nomi come Facebook, Instagram, Threads, X, Kick, Reddit, Snapchat, TikTok, Twitch e YouTube. Nonostante alcune dichiarazioni ufficiali e interventi iniziali, molte piattaforme non hanno eliminato o disattivato massa di account preesistenti, secondo gli stessi intervistati. Contemporaneamente, l’eSafety Commissioner ha riportato la sospensione di circa 5 milioni di account ma ha anche annunciato possibili verifiche per accertare la conformità alle nuove regole.
Verifiche e responsabilità
La situazione ha spinto i regolatori a considerare indagini formali contro i grandi operatori per valutare se siano state adottate misure adeguate oppure se siano stati fatti interventi meramente di facciata.
Sul tavolo resta inoltre il nodo della sicurezza dei dati raccolti per la verifica dell’età: sistemi poco trasparenti o centralizzati possono esporre informazioni sensibili. Infine, la diffusione dell’esperienza australiana ha innescato un effetto a catena: Paesi come Francia, Germania, Spagna, Danimarca, Portogallo, Regno Unito, Austria, Grecia, Norvegia e Turchia mostrano interesse per soluzioni analoghe, mentre altri contesti — tra cui alcuni Stati USA e nazioni in Asia — monitorano l’evoluzione per decidere il proprio approccio.
Conseguenze pratiche e possibili vie d’azione
Il caso dimostra che adottare una norma è la parte relativamente semplice; renderla applicabile senza produrre effetti collaterali è la vera sfida. Tra le possibili risposte ci sono lo sviluppo di sistemi di verifica dell’età che siano privacy-preserving, investimenti in strumenti di enforcement più sofisticati e campagne rivolte a genitori e scuole per migliorare l’alfabetizzazione digitale. In alternativa, l’attenzione potrebbe spostarsi verso requisiti di design delle piattaforme che limitino l’esposizione dei minori a contenuti e funzionalità a rischio, senza necessariamente basarsi solo su blocchi di accesso anagrafici.
In conclusione, la prova australiana mostra quanto sia complesso tradurre intenti di tutela in risultati concreti. Il divieto del 10 dicembre 2026 ha acceso un confronto utile su responsabilità, tecnologia e diritti, ma i numeri e le modalità di elusione evidenziano che servono soluzioni più articolate e realistiche per proteggere i più giovani nell’ambiente digitale.

