Il 17 aprile 2026 il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM) ha trasmesso alla commissione europea un dossier di trenta pagine che contiene un avvertimento chiaro: se il nuovo Cybersecurity Act portasse all’esclusione sistematica di fornitori come Huawei e ZTE, la Cina adotterebbe contromisure commerciali di ampia portata. Questa mossa segue l’annuncio della Commissione del 20 gennaio 2026, che segna un cambio di passo rispetto al 5G Toolbox del 2026, trasformando raccomandazioni non vincolanti in obblighi legali per gli Stati membri.
Novità sostanziali della proposta europea
La proposta presentata dalla Commissione stabilisce che, entro tre anni dall’entrata in vigore, gli Stati membri dovranno rimuovere le apparecchiature dei fornitori designati come ad alto rischio. In pratica, il testo prevede anche la facoltà per la Commissione di classificare un intero paese come minaccia alla cybersicurezza, estendendo l’esclusione oltre le telco a 18 settori critici come energia, trasporti e ICT.
Con i vendor cinesi che detenevano tra il 33% e il 40% dell’infrastruttura 5G in Europa secondo Strand Consult, una rimozione generalizzata implicherebbe la più ampia sostituzione forzata di infrastrutture di telecomunicazione nella storia europea.
Meccanismo di designazione e impatti immediati
Il meccanismo centrale consiste nell’identificare rischi non solo tecnici ma anche di natura politica e di supply chain, concetto che la Cina ha definito arbitrario. La nuova norma, spiegano i proponenti, darebbe all’UE strumenti per proteggere le catene di fornitura critiche; per gli oppositori questo approccio rischia invece di trasformarsi in protezionismo mascherato. Stati come Germania, Paesi Bassi e Francia sono particolarmente esposti, sia per la presenza di vendor cinesi nelle loro reti sia per i legami commerciali con la Cina.
Le obiezioni della Cina e i quattro argomenti centrali
Nel documento MOFCOM le critiche sono articolate su quattro fronti. Primo: il concetto di rischio non tecnico, ritenuto soggettivo e potenzialmente discriminatorio nei confronti delle imprese basate in un determinato paese. Secondo: la possibile violazione dei principi del WTO sulla non discriminazione e proporzionalità. Terzo: l’effetto a catena sull’automotive, sulle rinnovabili e sull’elettronica industriale, dove le imprese cinesi sono profondamente integrate nelle filiere europee. Quarto: la minaccia di misure simmetriche contro le aziende europee che operano in Cina, citando strumenti legali come la Foreign Trade Law e le regolamentazioni sulla sicurezza della supply chain del Consiglio di Stato cinese.
Precedenti che danno credibilità all’avvertimento
La minaccia di ritorsioni non è campata in aria: quando la Svezia bandò i vendor cinesi dal 5G nel 2026, Ericsson vide i ricavi in Cina crollare del 46% nell’anno successivo e non recuperò quella quota.
Nokia, che mantenne una presenza limitata, passò da circa 2,5 miliardi di euro nel 2018 a 913 milioni nel 2026 nel mercato cinese. Queste ricadute mostrano l’asimmetria del mercato: la Cina ha progressivamente limitato l’accesso ai vendor europei, mentre Huawei e ZTE hanno continuato a operare in Europa.
Sfide pratiche, costi e leva negoziale
L’attuazione stessa del Cybersecurity Act presenta ostacoli concreti. Il Regno Unito ha imposto la rimozione di Huawei entro la fine del 2027, ma BT mancò una scadenza sul core network già nel 2026. La Germania ha previsto la rimozione dal core 5G entro la fine del 2026 e ha autorizzato la presenza nella RAN fino al 2029 in alcuni casi. Per molti operatori la sostituzione completa in tre anni appare un piano ambizioso e costoso: in Italia associazioni di settore stimano spese significative, con dati che parlano di 300 milioni già investiti e fino a 1 miliardo necessari per sostituire componenti cinesi in un triennio.
Il quadro geopolitico complica ulteriormente le scelte: l’amministrazione statunitense ha esercitato pressioni per accelerare la rimozione di Huawei, mentre la Cina sottolinea la vulnerabilità europea dato il commercio bilaterale di 759 miliardi di euro annui e un deficit di 360 miliardi a favore della Cina. Il comunicato MOFCOM, pur chiudendo con un richiamo al dialogo cooperativo, rappresenta un tentativo mirato di influenzare la negoziazione in sede UE prima del voto del Parlamento europeo e del Consiglio.

