Salta al contenuto
20 Luglio 2026

Bad Bunny a Milano: quando il reggaeton diventa cultura globale

Bad Bunny ha trasformato il suo concerto a Milano in un manifesto culturale, dimostrando che la musica può essere un potente strumento di identità e inclusione.

Bad Bunny a Milano: quando il reggaeton diventa cultura globale

Il concerto di Bad Bunny all’Ippodromo Snai La Maura di Milano è stato molto più di un semplice spettacolo musicale. Con quasi 80.000 spettatori, il 32enne Benito Ocasio ha trasformato la sua esibizione in un manifesto culturale dimostrando che il pop mondiale non parla più solo inglese.

Durante lo spettacolo, un gigantesco rospo animato è apparso sui maxischermi, ammonendo chi non conosceva la lingua: “Vi state perdendo il messaggio”. Tuttavia, il messaggio è arrivato lo stesso, attraverso la musica, le immagini e la partecipazione del pubblico che cantava ogni strofa.

Un concerto che va oltre la musica

Bad Bunny ha scelto di non tradurre mai se stesso per piacere al mercato internazionale. La sua produzione rimane saldamente in spagnolo e profondamente radicata a Porto Rico. Nonostante ciò, oltre trenta sue canzoni hanno superato il miliardo di ascolti e nel 2026 il suo album Debí Tirar Más Fotos ha vinto il Grammy come Album dell’anno.

Lo spettacolo, aperto dalla band portoricana Chuwi riflette questa doppia anima. La prima parte ha sorpreso anche chi identifica Bad Bunny solo con il reggaeton con una grande orchestra che includeva salsa, strumenti tradizionali e momenti di sperimentazione. I ballerini con i cappelli di paglia, usati dai lavoratori agricoli, hanno aggiunto un tocco di autenticità.

La trasformazione del palco

Durante il concerto, Benito ha abbandonato l’abito elegante color crema per indossare una giacca da ragazzo di strada e i classici pantaloni larghi a tre quarti. Canzoni come Tití Me Preguntó hanno fatto esplodere il pubblico, mentre laser, fuochi d’artificio e led lampeggianti avvolgevano l’arena in un autentico rave latino.

La Casita: un simbolo di contraddizione

Il secondo atto dello spettacolo è stato ambientato nella discussa La Casita una replica di una tipica abitazione portoricana. Questo simbolo delle battaglie dell’artista contro la gentrificazione è diventato il cuore dello spettacolo, il luogo da cui Bad Bunny cantava circondato dai ballerini come durante una festa di quartiere.

Tuttavia, La Casita, situata in mezzo all’Ippodromo, rappresentava anche una contraddizione, poiché era uno spazio riservato a ospiti VIP, influencer e fan selezionati. Questa scelta entra in tensione con il messaggio di inclusione sociale che attraversa il lavoro di Bad Bunny.

Un artista impegnato

Bad Bunny non è solo un musicista, ma anche un attivista. Dalle prese di posizione contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump alla scelta di non portare il tour negli Stati Uniti per il timore di controlli dell’ICE, l’artista usa la sua popolarità come piattaforma civile.

Nessun artista di lingua spagnola aveva mai riunito un pubblico simile in Italia. Bad Bunny è il cuore musicale di Porto Rico, ma anche di Cuba, Brasile, Perù, Nicaragua. Il reggaeton, contaminato con salsa, bomba, musica jíbara, trap e pop, non è più un genere da classifica, ma un linguaggio globale e politico.

Bad Bunny ha trasformato le proprie radici locali in un fenomeno universale, dimostrando che oggi il centro della musica, a livello sociale, può trovarsi molto lontano dall’inglese. E che il centro del mondo può abitare e ballare, soprattutto, fuori dagli Stati Uniti.

Autore

Edoardo Marchesi

Edoardo Marchesi, voce delle notizie di Palermo, ricorda la notte in cui seguì il corteo in via Maqueda e decise di chiedere carte e nomi: da allora predilige verifiche sul campo. In redazione guida l’agenda delle emergenze e custodisce una collezione di vecchie mappe della città.