Da novembre 2026 sono stati sollevati allarmi circa la qualità dei dati nel sistema elettronico di visti del Home Office, ma al 28 aprile 2026 l’ICO non ha ancora annunciato una decisione definitiva sull’apertura di un’indagine formale. In una lettera congiunta inviata alla fine di novembre 2026, l’Open Rights Group e altre organizzazioni della società civile hanno chiesto al regolatore di verificare se il servizio eVisa violi la protezione dei dati prevista dalla legge. Nonostante la ricezione della segnalazione all’inizio di dicembre 2026 e l’assegnazione di un numero di caso, l’iter è ancora descritto dall’ICO come in fase di valutazione.
Le preoccupazioni sollevate toccano aspetti sia tecnici sia di disegno politico: errori sistematici nella qualità e nell’integrità dei dati, un’approccio digital-by-default senza alternative cartacee, e la pratica del Home Office di non rilasciare prove alternative dello stato d’immigrazione.
Tra le organizzazioni firmatarie figurano gruppi come the3million e Migrants Rights Network, che hanno evidenziato come malfunzionamenti e informazioni errate abbiano impedito a molte persone di dimostrare il proprio diritto a lavorare, studiare o affittare casa.
Perché il ritardo dell’ICO è significativo
La lentezza del regolatore assume rilievo anche alla luce di sviluppi giudiziari recenti e di rivelazioni amministrative. In una causa di revisione giurisdizionale ascoltata e respinta all’inizio di marzo 2026, il tribunale ha esaminato la legittimità della politica del Home Office di non emettere mai prove alternative, ma non ha stabilito questioni di protezione dei dati. Parallelamente, una risposta a una richiesta FOI ricevuta a dicembre 2026 mostra che l’ICO conserva numerosi casi contro il Home Office (851 negli ultimi due anni) e che identificare quanti riguardino specificamente l’eVisa richiederebbe ricerche manuali costose in termini di tempo.
La portata delle segnalazioni
La lettera inviata a novembre 2026 da 19 organizzazioni ha messo in evidenza un “alto volume” di errori di dati e problemi di integrità che impediscono la prova affidabile dello stato d’immigrazione. Le organizzazioni hanno chiesto all’ICO di avviare una verifica formale per stabilire se la gestione dei dati da parte del Home Office rispetti la normativa vigente e se l’adozione esclusiva del digitale abbia valutato adeguatamente i rischi. L’appello sottolineava anche la necessità di soluzioni temporanee per chi resta bloccato senza documentazione valida.
Conseguenze pratiche per le persone interessate
Dietro le sigle e i dettagli procedurali ci sono storie di persone che non possono esercitare diritti fondamentali. Numerosi casi descrivono titolari di visti che hanno visto profili con informazioni obsolete o errate, sono stati esclusi da account digitali o non hanno ricevuto alcuna versione alternativa del documento.
Le organizzazioni firmatarie avvertono che queste disfunzioni mettono a rischio l’accesso al lavoro, all’alloggio e ai servizi essenziali, con possibili perdite di posti di lavoro o opportunità per chi dipende dalla corretta attestazione dello stato di immigrazione.
Il caso riportato in esclusiva
Un esempio pubblicato da Computer Weekly evidenzia l’impatto reale degli errori tecnici: a seguito di malfunzionamenti, il profilo di un interessato continuava a mostrare un visto studentesco scaduto invece del nuovo visto per coniugi, con dati passaporto errati per quasi sei mesi. In un’indagine precedente l’ICO aveva anche riscontrato una violazione della normativa sulla protezione dei dati per fatti simili, ma la conferma di un procedimento più ampio non è ancora stata formalizzata.
Risposte ufficiali e barriere procedurali
L’ICO ha dichiarato di dialogare regolarmente con i dipartimenti governativi per garantire il rispetto degli obblighi in materia di dati e di continuare ad “assessare attentamente” le questioni sollevate prima di rispondere pubblicamente. Dal punto di vista operativo, la risposta FOI di dicembre 2026 ha spiegato che ricercare quanti reclami riguardino specificamente l’eVisa richiederebbe una scansione manuale di centinaia di segnalazioni, superando i limiti di costo previsti dalle procedure di accesso alle informazioni. Le organizzazioni per i diritti digitali chiedono ora un intervento urgente per proteggere chi è più vulnerabile.
Verso una possibile svolta
Con il caso ancora in valutazione al 28 aprile 2026, gruppi come l’Open Rights Group e la Migrants Rights Network continuano a sollecitare l’ICO a procedere con un’indagine formale. Le voci delle persone coinvolte e la documentazione raccolta suggeriscono che non si tratti solo di inefficienze tecniche, ma di questioni sistemiche che richiedono sia correzioni immediate sia una revisione delle scelte di progettazione digitale del Home Office.

