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Blackout di internet in aumento: numeri, cause e contromisure tecnologiche

Il fenomeno dei blackout di internet è in crescita: dati, esempi e possibili rimedi tecnologici spiegati in modo chiaro

Blackout di internet in aumento: numeri, cause e contromisure tecnologiche

Nel 2026 il mondo ha assistito a una diffusione senza precedenti degli spegnimenti di internet. Secondo il report della campagna KeepItOn di Access Now, che monitora questi eventi da quando ha iniziato la raccolta dati, sono stati registrati 313 casi in 52 paesi, un incremento rispetto ai 304 del 2026 e ai 289 dell’anno precedente; nel 2016, anno di avvio della documentazione, i blackout erano stati appena 80. Questo dato fotografa una tendenza: l’interruzione della connettività non è più un’eccezione ma una misura adottata con crescente frequenza.

Chi spegne la rete e con quale intensità

Non tutte le nazioni usano questa misura allo stesso modo: alcune la impiegano ripetutamente, altre la sperimentano per la prima volta. Nel 2026 la popolazione del Myanmar ha subito 95 interruzioni, mentre in India ne sono state contate 65, in Pakistan 20, in Russia 19 (con impatti anche sull’Ucraina) e in Iran 11.

Sono emersi anche sette paesi che hanno ricorso agli shutdown per la prima volta: Albania, Stati Uniti, Angola, Cambogia, Panama, Papua Nuova Guinea e Lituania. Quest’ultima ha limitato l’accesso a due piattaforme russe in base al regolamento dell’UE del 2014 sulle misure restrittive.

Esempi concreti e motivazioni dichiarate

Le ragioni addotte dagli Stati variano: in alcuni casi si tratta di provvedimenti contro app o servizi (per esempio il divieto di TikTok in Albania per presunti legami con episodi di violenza minorile e una sospensione temporanea negli Stati Uniti mentre venivano trasferiti dati e algoritmi a una proprietà nazionale), in altri casi la giustificazione ufficiale è il contrasto alla disinformazione o la gestione di tensioni interne e ai confini.

In paesi come Angola, Cambodia o Panama si è ricorso agli shutdown per controllare proteste o altre forme di dissenso, mostrando che le motivazioni possono oscillare tra sicurezza e controllo politico.

Spegnimenti come strumento in conflitti e repressione

Un elemento preoccupante è la relazione con i conflitti armati: nel 2026 il 40% degli spegnimenti (125 casi) è avvenuto in contesti bellici in 14 nazioni, tra cui Ucraina, Palestina, Yemen, Cambodia, Iran, India ed Etiopia. Il report evidenzia come i blackout siano ormai integrati nelle tattiche di guerra, attuati tramite cyberattacchi, blocco di terminali satellitari e persino attacchi fisici alle infrastrutture delle telecomunicazioni. Operatori sul campo descrivono la correlazione tra perdita di segnale e successivi attacchi, un fenomeno che rende la disconnessione non solo un ostacolo all’informazione ma anche un fattore che può facilitare gravi violazioni.

Impatto su proteste ed elezioni

Le proteste sono un’altra causa frequente degli shutdown: nel 2026 si sono verificati 64 blocchi collegati a manifestazioni in 19 paesi, inclusi Angola, Camerun, Iran, Giordania, Kenya e Libia. Esempi emblematici sono il Togo, dove dal 1° luglio al 5 settembre 2026 la connessione è stata limitata quotidianamente dalla mattina a notte fonda per frenare proteste contro la nuova Costituzione, con almeno sette vittime registrate, e l’Uganda, dove le connessioni sono state bloccate durante le elezioni presidenziali del 15 gennaio 2026, che hanno portato al settimo mandato di Yoweri Museveni. Inoltre, 12 shutdown sono stati attuati specificamente in vista di appuntamenti elettorali.

Strumenti tecnici e governance per ridurre la vulnerabilità

Di fronte a questo scenario, il report indica possibili contromisure tecnologiche e politiche.

Tra le soluzioni tecniche più citate c’è la connettività satellitare direct-to-cell, una tecnologia che permette agli smartphone di collegarsi direttamente a satelliti in orbita bassa (LEO) senza dispositivi aggiuntivi, offrendo una via per aggirare torri cellulari spente. Tuttavia, l’aumento di attacchi a sistemi satellitari richiede processi di governance condivisi tra governi, regolatori e operatori satellitari per proteggere queste risorse critiche.

Un approccio complementare sono le reti locali che non dipendono dall’infrastruttura tradizionale: applicazioni come Bitchat, sviluppata da Jack Dorsey, sfruttano il mesh Bluetooth per scambiare messaggi crittografati senza passare da internet, estendendo la copertura fino a circa 200 metri attraverso i dispositivi degli utenti. Queste soluzioni, tuttavia, funzionano solo dove c’è una densità sufficiente di utenti e non sostituiscono la necessità di proteggere infrastrutture globali.

Sul piano istituzionale, il 2026 ha visto importanti riconoscimenti: la Corte penale internazionale, nel dicembre 2026, ha stabilito formalmente il legame tra spegnimenti di internet e crimini contro l’umanità, mentre le Nazioni Unite hanno ribadito che gli shutdown violano i diritti umani e danneggiano i processi democratici. Questi sviluppi istituzionali, insieme alle soluzioni tecnologiche, rappresentano i due percorsi necessari per ridurre la pratica degli shutdown e proteggere la libertà di comunicazione.

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Scritto da Lucia Ferretti

Reporter investigativa, 14 anni di inchieste su societa' e diritti civili.

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