Come cambierà l’industria dello spettacolo dopo il Covid-19?

Come cambierà l'industria dello spettacolo e quali saranno le conseguenze dovute a questo periodo di sospensione delle attività dovuto all'emergenza Covid-19?

industria spettacolo
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Cultura e spettacolo, e in generale l’industria dello spettacolo, sono stati lasciati per ultimi, al 15 giugno. E per ultimi ripartiranno visto che i loro luoghi più iconici sono i anche più fragili per il contenimento del Covid-19. Sempre se riusciranno davvero a tornare come prima.

Come cambierà l’industria dello spettacolo?

Non che teatri, musei e cinema – finiti in fondo ai decreti – facessero profitti da capogiro dopo 10 anni di convivenza con lo strapotere delle piattaforme di streaming e di produzione di film, serie tv, documentari, cartoon, videogame. E presto, c’è da scommetterci, si aggiungeranno anche i grandi eventi live a rimpolpare il loro portfolio di intrattenimento.

Musei e teatri

Teatro delle marionette

Rappresentazioni e mostre erano due comparti del blocco spettacolo già sofferenti per la progressiva flessione culturale della media della popolazione verso contenuti dalla fruibilità, appunto, più rapida e tecnologica. Il Coronavirus ha affossato gli indici del teatro sul numero di allestimenti, accessi e spesa al botteghino che avevano retto alla concorrenza fino all’anno scorso. Almeno i musei hanno potuto sfruttare il lockdown per dedicarsi a una massiccia campagna promozionale di rilancio nei potenziali utenti futuri, grazie alle versioni on demand e interattive.

Durante la quarantena le visite virtuali alle gallerie degli Uffizi, tra i musei più seguiti al mondo su Instagram e con più follower in Italia, hanno sfiorato i 4 milioni: segno che – per quanto insostituibile sia la visione diretta e a occhio nudo, di uno show come di un quadro – l’emergenza ha semplicemente accelerato il trend verso un godimento e una condivisone sempre più digitale e sempre meno fisica dell’opera d’arte, grazie ad app, servizi e programmi personalizzati, interattivi, tecnologicamente avanzati. La strada è quella dello sviluppo di produzioni esclusive, ad hoc, differenziate per target e a pagamento. Una “Netflix della cultura” come l’ha definita non a caso il ministro Franceschini, che mette a rischio però i posti di circa 150mila operai impiegati nella realizzazione di scenografie, costumi, fondali e cura dei locali.

Il cinema

Cinema

E Netflix ci porta al cinema italiano, una terza filiera. Altri 150mila lavoratori che – distribuiti nelle 2mila piccole aziende attive tra forniture audiovideo, agenzie di casting ed esercenti – pesano 4 miliardi di euro sulla bilancia dei ricavi. Netflix da solo ne raccoglie quasi 90, nel mondo. L’unico ambito intaccato dalle misure di contenimento, che le società online condividono con le produzioni tradizionali, sono le riprese delle nuove serie televisive, bloccate dallo stop ai set. Anche sul grande schermo assistiamo all’erosione del business da parte di una sfilza di piattaforme che rispetto al circuito ufficiale abbattono molti costi in uffici, personale e sale di proiezione. Una “minaccia” ancora più aggressiva, che coinvolge anche le tv. Amazon, Infinity, NowTv, Dplay, Prime Video, dal 24 marzo Disney+.

Sono oltre una decina solo in Italia: un’offerta inflazionata che conferma lo spostamento del pubblico verso una socialità privata e domestica rispetto al raduno pubblico, verso il luogo virtuale, spazio indifferenziato dell’incontro casuale e della comunione di una passione e di un’esperienza. Ma anche qui quella manodopera, spesso sommersa, che sta letteralmente dietro le quinte rischia di restare tagliata fuori dal cambiamento.

Distanze tra artisti e maestranze, termometri all’entrata, segnaletiche nei corridoi e barriere in ambienti comuni, disinfezioni e areazioni, guanti e mascherine, tetti ai partecipanti e prenotazioni obbligatorie, fino ai divieti di vendita e consumo di cibo e bevande. Le disposizioni del Dpcm del 17 maggio stravolgeranno a lungo termine l’arredo e, di conseguenza, la percezione e l’immaginario dei posti in cui ci raccoglievamo.

E non possono valere per stadi e piazze che, sebbene all’aperto, coinvolgono folle di gran lunga maggiori, con modalità di gestione impegnative.

La musica

Concerti

L’ultima nota dolente è infatti la musica. Specie quella all’aperto, dal vivo: la vera locomotiva dell’industria dello spettacolo, in grado di fatturare oltre 27 miliardi di dollari a livello mondiale nel 2019. Il miliardo stanziato dall’esecutivo Conte nel Fondo emergenza, se non sarà rifinanziato, non coprirà nemmeno le perdite fin qui subite dal “live”: un settore trasversale, che include ogni genere di esibizione e intrattenimento, così strategico per il nostro turismo estivo. Tutte le date dei grandi tour che avrebbero dovuto transitare sulla penisola sono stati rinviate al 2021 se non altro perché gli organizzatori avrebbero dovuto raddoppiarle, senza guadagni aggiunti per nessuno, pur di consentire la visione a chi ha ormai da mesi una poltrona prenotata su TicketOne.

Oltre ai costi fissi insostenibili per il taglio degli ingressi, è la certezza della paura che infonderà ai cittadini la metamorfosi di queste strutture – impianti sportivi, discoteche, arene – a spingere molti gestori e proprietari a non riaprire adesso, con regole incerte e precarie, oscillanti insieme alla curva dei contagi: il danno d’immagine potrebbe far sparire per sempre quelle cornici dalle nostre serate. Con milioni di voucher che fluttuano, probabilmente non si ricomincerà prima della primavera 2021. Il campionario di limitazioni anti-Covid è destinato ad allestire eventi ingodibili e a cui tanto vale rinunciare se devono esseri vissuti con ansia e in costrizione.

E pure qui, come per cinema e teatro, sono le maestranze a rischiare il posto, quei profili specializzati che costituivano l’asse portante di una tournee: rigger, facchini, montatori, assistenti, tecnici delle luci, autisti, fino ai musicisti che accompagnano i cantanti sul palco. Tanti stanno provando a trasferire il loro know how là dove si è ricominciato e a reinventarsi nella logistica, nel trasporto merci, nell’edilizia. Le star di livello nazionale e internazionale non hanno lo spettro della canna del gas viste le ricchezze accumulate finora.

Attori e registi riprenderanno a girare scene in situazioni protette e monitorate da test e tamponi, con un maggior ricorso allo sviluppo di immagini generate al computer. I cantanti – con la pirateria dilagante su YouTube, Vimeo, Dailymotion, Flickr – da tempo non guadagnano più dai contratti ma dai biglietti staccati nelle esibizioni dal vivo: anche loro concentreranno d’ora in poi sul web la loro attività. Così editori e manager che, sempre per i suddetti siti di sharing e hosting, non traevano più profitto dall’acquisto dei cd al dettaglio: come già sta facendo ogni impresa del terziario, convertiranno in Rete parte degli affari, trattando con la distribuzione via internet il versamento di royalty, magari con formule variabili in base alla quantità di visualizzazioni e interazioni. Agli autori resteranno i media per incassare i diritti d’autore, se dovesse proseguire lo switch off di colonne sonore in palestre, pub, centri di ritrovo, convention, fiere.

Sia nell’incisione di brani che nella diffusione di eventi in diretta subentreranno le soluzioni delle multinazionali dell’online, ansiose di a cavalcare il momento per ampliare il loro giro: se si producono film, perché non dischi e concerti? Ci sono già Spotify e altre piattaforme che distribuiscono archivi e selezioni musicali gratuite: SoundCloud, Jamendo, Tubeats, JustHearIt, MusicUp. Ne nasceranno di nuove per la virtualizzazione degli eventi e la loro trasmissione a pagamento.

Sullo stile del recente Piano City Milano, visionari e think tank ridipingeranno un’intera industria sui social: l’evento artistico finirà sempre più in mano alle tecnologie multimediali e le funzionalità offerte dal digitale diventeranno esse stesse lo spettacolo a cui assistere da casa. Netflix & company hanno già demolito l’elettrodomestico per eccellenza degli italiani, il televisore, che ormai non ha più pubblico neanche in studio. Ma come se la caveranno le figure professionali che operavano all’oscuro, nel backstage? Parliamo di mestieri e risorse non digitalizzabili, non trasferibili nei nuovi luoghi di incontro virtuale, dove occorrono competenze più informatiche: un indotto di cooperative e partite iva, senza diritti e tutele, composto da circa 500mila lavoratori a chiamata, a progetto, a stagione. L’unica alternativa è che le complicazioni sociali del Covid si risolvano in fretta, prima che si instaurino nuove abitudini, e a tutti quanti venga una tale voglia di concerti ed show dal vivo da recuperare in volata quanto perso in quarantena. Incrociando le dita contro la seconda ondata.

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Scritto da Giuseppe Gaetano

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