Il capodanno persiano, il Nowruz, è arrivato in un clima segnato da tensione e da una quasi totale interruzione delle comunicazioni. In queste settimane, successive a un attacco che secondo diverse fonti ha coinvolto Israele e gli Stati Uniti, l’Iran è stato progressivamente isolato dalla rete globale: il traffico internazionale è precipitato e milioni di persone hanno visto cancellata la possibilità di contattare i propri cari. In questo contesto la festività millenaria, fatta di riunioni familiari e mercati affollati, ha perso la sua dimensione collettiva e simbolica.
La decisione del regime di limitare l’accesso alla rete è stata motivata dalle autorità come una misura di sicurezza e contrasto alla disinformazione, ma il risultato pratico è stato un blackout esteso che ha trasformato la quotidianità: chiamate internazionali intermittenti, app non funzionanti e connessioni solo per pochi privilegiati.
Secondo osservatori indipendenti, il livello di traffico è sceso a quote prossime all’1% della media, configurando quello che molti definiscono il più ampio blocco digitale mai registrato in Iran.
Un paese isolato durante il Nowruz
L’isolamento si traduce in storie individuali: famiglie che si spostano per trovare un punto di connessione, costi elevati per chiamate brevissime, o l’affidarsi ad intermediari che tengono insieme due telefoni su reti diverse. Queste pratiche informali permettono contatti fugaci ma sono spesso costose e rischiose. Il blocco ha inciso sulla routine delle persone, soprattutto sui legami con la diaspora che tradizionalmente intensifica i contatti in questo periodo. Dove la rete è stata parzialmente disponibile, si è preferito un accesso ristretto tramite whitelist statali o provider ibridi di confine, misure che hanno creato una netta divisione tra chi può comunicare e chi resta escluso.
Costi e vie alternative
Per aggirare il blackout sono emersi percorsi alternativi: VPN a prezzi elevati, connessioni satellitari come Starlink e ponti informali gestiti da operatori locali. Queste soluzioni offrono parentesi di normalità, ma sono instabili e potenzialmente pericolose per chi le utilizza. Il ricorso a tecnologie esterne ha un prezzo economico e di sicurezza: non solo il costo monetario, ma la possibilità di essere individuati dalle autorità. In molte aree la comunicazione è tornata solo per brevi finestre temporali, lasciando però una persistente sensazione di fragilità e isolamento.
Impatto sociale ed economico del blackout
Il blocco digitale si intreccia con le conseguenze economiche del conflitto, a partire dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz e dalle ricadute sui mercati energetici globali.
A livello locale, mercati solitamente affollati durante il Nowruz sono rimasti spogli, le piccole imprese faticano a far fronte agli affitti e le famiglie riducono anche i consumi legati alla festa. L’inflazione e la perdita di lavoro si sommano all’impossibilità di coordinare aiuti e servizi e rendono più palpabile la povertà materiale che ha alimentato tensioni e proteste nei mesi precedenti.
Danni culturali e simbolici
Oltre alle difficoltà materiali, il blackout ha un effetto sulla memoria collettiva: luoghi storici e simbolici come alcuni palazzi e bazar hanno subito danni dovuti ai bombardamenti e la festa perde la sua funzione di rito pubblico. Il Nowruz, pur sopravvissuto a secoli di trasformazioni, si trova quest’anno a confrontarsi con una dimensione privata e silenziata, in cui i riti di passaggio non possono essere condivisi né raccontati con la stessa intensità.
Informazione compromessa e rischi per i civili
La diffusione delle notizie e la verifica dei fatti sono state gravemente ostacolate dal blackout. Organizzazioni come Hrana e analisti indipendenti segnalano che il controllo della rete limita l’accesso a informazioni essenziali: avvisi di evacuazione, mappe delle aree colpite e stato delle strutture sanitarie spesso non raggiungono la popolazione. In mancanza di informazioni certe, le comunità devono fare i conti con voci contraddittorie e una crescente incertezza sulla sicurezza quotidiana.
Il vuoto comunicativo ha inoltre impatto sulle indagini e sul conteggio delle vittime: raccogliere dati attendibili diventa difficile e le responsabilità sui danni subiti dalle infrastrutture civili restano spesso non verificate. Questo scenario favorisce una narrazione esterna focata su obiettivi strategici e geopolitici, mentre la dimensione umana del conflitto – la perdita di contatti, la fame, la paura sotto le bombe – rimane in gran parte non documentata.


