Il Parlamento europeo ha dato un colpo di scena nella discussione sulla tutela dei minori online: il 26 marzo 2026 la maggioranza degli eurodeputati ha respinto la proposta di proroga della deroga che consentiva alle piattaforme di effettuare scansioni automatiche dei messaggi privati. Il voto si è chiuso con 311 contrari, 228 favorevoli e 92 astensioni, decisione che interrompe l’applicazione di un regime transitorio in vigore e fissato per scadere il 3 aprile 2026. Di fatto, dal 4 aprile 2026 i provider non potranno più svolgere massicce attività di controllo sui messaggi privati degli utenti nell’Unione.
La cessazione della deroga non elimina però gli strumenti di indagine: le autorità di polizia possono continuare ad accedere a comunicazioni private purché agiscano su base motivata e con il necessario mandato giudiziario, mentre resta consentita la scansione di contenuti pubblici come post e file condivisi.
Le pressioni politiche, le preoccupazioni per la crittografia end-to-end e i rilievi tecnici su strumenti come PhotoDNA hanno contribuito a ribaltare il quadro normativo temporaneo.
Perché il voto ha respinto la proroga
La decisione del Parlamento nasce da un confronto serrato tra esigenze di protezione dei minori e principi fondamentali della privacy e della sicurezza informatica. I critici hanno sostenuto che obbligare le piattaforme a monitorare le comunicazioni privati, compresi i messaggi protetti da crittografia end-to-end, avrebbe aperto vulnerabilità nella sicurezza dei servizi digitali e determinato una forma di sorveglianza di massa. Inoltre, uno studio recente ha evidenziato limiti nella tecnologia di riconoscimento delle immagini, mostrando come sia possibile eludere o manipolare gli algoritmi e generare falsi positivi o negativi, con rischi per cittadini innocenti e per l’efficacia investigativa.
Criticità tecniche e pareri legali
Questioni legali sollevate anche all’interno delle istituzioni hanno pesato sul risultato: pareri interni del Consiglio hanno messo in dubbio la compatibilità di misure invasive con il quadro giuridico europeo, parlando del rischio di una sorveglianza sistematica delle comunicazioni private. A questo si sono aggiunte le tensioni tra gli Stati membri e la diversità di posizioni degli eurodeputati: in alcuni paesi i gruppi politici hanno visto divisioni nette, come nel caso degli eletti italiani, che si sono schierati in modo frammentato tra favorevoli e contrari alla proroga.
Conseguenze pratiche per aziende e utenti
Per i grandi provider statunitensi e internazionali — nomi come Meta, Google, LinkedIn e altri — la fine della deroga comporta l’obbligo di sospendere le scansioni volontarie dei messaggi privati, almeno finché non verrà trovata una soluzione normativa alternativa.
L’interim regulation scaduto consentiva attività di hash scanning per contenuti noti e analisi automatizzata di testi e immagini; ora queste pratiche non saranno più legittimate su larga scala nei messaggi privati. Restano consentite attività su contenuti pubblici e la collaborazione con le autorità in presenza di mandati.
Casi e verifiche in corso
Negli stessi giorni la Commissione europea ha avviato verifiche su piattaforme come Snap per valutare il rispetto delle norme del Digital Services Act in materia di sicurezza e protezione dei minori, un segnale che il dibattito non si limita alla questione delle scansioni ma investe l’intero ecosistema della responsabilità delle piattaforme. Per gli utenti questo si traduce in una maggiore tutela della privacy nelle chat private, con potenziali effetti sulla capacità delle forze dell’ordine di ottenere immediatamente segnali automatizzati senza le procedure giudiziarie tradizionali.
Il futuro: trattative e proposte alternative
Il voto non chiude la partita legislativa. Le istituzioni europee continuano a negoziare una versione rivista del regolamento noto come Chat Control 2.0, che punta a bilanciare protezione dei minori e rispetto dei diritti fondamentali. Tra le proposte in discussione compaiono strumenti mirati, procedure rafforzate per i controlli e misure di verifica dell’età su alcuni servizi, ma anche nuovi timori relativi a obblighi di identificazione che potrebbero intaccare l’anonimato delle comunicazioni. Attivisti per la privacy come Patrick Breyer hanno denunciato le pratiche di lobbying e la pericolosità della sorveglianza indiscriminata, chiedendo soluzioni più mirate ed efficaci senza rinunciare ai diritti.
Verso compromessi o nuovi scontri
Le contrapposizioni politiche restano forti: gruppi europei conservatori hanno accusato i contrari al controllo di lasciare i minori privi di protezione concreta, mentre progressisti e difensori della privacy hanno insistito sulla necessità di non sacrificare diritti fondamentali per strumenti potenzialmente inefficaci. Il risultato del 26 marzo 2026 segna quindi l’avvio di una nuova fase negoziale in cui dovranno essere trovate soluzioni tecniche, legali e politiche che riducano i rischi per i bambini senza comprimere la libertà e la sicurezza digitale dei cittadini.

