In Iran, la gestione del traffico internet e la sorveglianza rappresentano un aspetto cruciale della strategia di controllo del regime. In teoria, il sistema implementato dovrebbe garantire una certa normalità digitale anche durante i blackout. Tuttavia, l’attuazione di questo sistema, noto come “livello domestico”, ha mostrato più volte le sue debolezze.
Nel 2019, l’attivazione di questo livello si è rivelata un processo ritardato e complesso, e le incertezze riguardanti la sua efficacia restano attuali. Secondo Alimardani, esperto in materia, la situazione oggi non è necessariamente migliore di allora. I punti di controllo attraverso cui passa il traffico internet sono pochi e facilmente manipolabili, consentendo al governo di filtrare o bloccare le comunicazioni internazionali.
La vulnerabilità della centralizzazione
La centralizzazione del sistema di controllo rende i blackout rapidi, ma al tempo stesso fragili e costosi.
Ogni interruzione totale non solo ferma il commercio e i servizi, ma aggrava anche una crisi economica già profonda. Quando il governo decide di interrompere completamente l’accesso a internet, le ripercussioni sono immediate e devastanti per l’intera popolazione.
Strategie di controllo e repressione
Spegnere internet non è l’unica strategia adottata dal regime iraniano. Un’altra faccia della repressione è la sorveglianza, che negli ultimi anni ha assunto forme sempre più sofisticate. L’Iran ha creato una vera e propria ragnatela di controllo, integrando tecnologie avanzate con metodi tradizionali di intelligence.
Come spiega Alimardani, l’ecosistema di sorveglianza iraniano si è evoluto notevolmente, adottando diversi livelli di monitoraggio: telecamere a circuito chiuso, analisi dei metadati delle telecomunicazioni e registrazione obbligatoria delle sim telefoniche sono solo alcune delle pratiche in atto.
I controlli ai posti di blocco e la sorveglianza dei social media sono diventati strumenti quotidiani per il regime.
Un sistema di sorveglianza retroattivo
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la sorveglianza in Iran non è tanto proattiva quanto retroattiva. Le tecnologie biometriche, in particolare il riconoscimento facciale, vengono utilizzate per identificare le persone in contesti specifici, come il rispetto delle leggi sull’uso obbligatorio dell’hijab. Tuttavia, non ci sono evidenze che dimostrino un uso sistematico di queste tecnologie durante le proteste.
Il timore della repressione post-evento
Ciò che emerge è un sistema di identificazione che avviene dopo gli eventi, con immagini e dati raccolti durante le manifestazioni che vengono analizzati in seguito. Questa pratica porta a fermi e arresti che si verificano giorni o settimane dopo i fatti.
Un fenomeno documentato da diverse organizzazioni per la libertà di stampa, che evidenziano come questa sorveglianza generi un clima di paura e incertezza.
La popolazione vive nella costante apprensione di poter essere arrestata, non sapendo mai quando e come la repressione potrà colpirla. Anche chi riesce a sfuggire all’arresto immediato sa di poter essere identificato in un secondo momento. La sorveglianza non è solo una questione di violenza fisica, ma anche di una percezione pervasiva di controllo.
La guerra dell’informazione
Il blackout di internet e la sorveglianza si inseriscono all’interno di una più ampia guerra dell’informazione. Durante i blackout, i media statali continuano a diffondere propaganda attraverso la televisione di Stato, che diventa spesso l’unica fonte d’informazione accessibile nel paese.
Le proteste vengono minimizzate, descritte come disordini marginali o come complotti orchestrati da forze esterne.
In questo scenario, il regime non solo limita l’accesso alle informazioni, ma manipola la narrazione, cercando di mantenere il controllo sulla percezione della realtà da parte della popolazione. La combinazione di blackout e sorveglianza crea un ambiente in cui l’informazione diventa uno strumento di potere, utilizzato per mantenere il regime al sicuro da qualsiasi forma di contestazione.


