Restart Europe ; Manifesto (in 6 punti) del secolo urbano

Restart Europe ; Manifesto (in 6 punti) del secolo urbano

All’evento Restart Europe noi, Giacomo Biraghi, Silvia Vianello e Andrea Zoppolato, avremo il ruolo di facilitatori per il workshop Digital e Smart Cities, che si occuperà di rispondere alla call: “In che modo le città Italiane ed Europee potrebbero essere ridisegnate in un modo più intelligente e sostenibile?” In questo articolo vi raccontiamo alcuni esempi di cambiamento a cui stiamo lavorando e vi proponiamo il Manifesto del secolo urbano come riflessione sul cambiamento che richiediamo con forza per le nostre città.

Infatti una delle più grandi sfide attuali per l’Unione Europea è quella di ideare delle soluzioni ottimali per trasformare le città in modo da renderle a misura d’uomo, nel rispetto delle esigenze dell’ambiente e contestualmente più evolute tecnologicamente. Non mancano le innovazioni in Europa, anzi spesso in passato è mancata la volontà di implementarle con una velocità pari a quella dei progressi tecnologici, frenati da volontà di investimento in direzioni diverse dall’ideale collettivo.

Ad oggi quasi tre quarti della popolazione europea vive in città dove viene consumata il 70% dell’intera energia dell’EU.

Ma la volontà di cambiare davvero le cose ora c’è. In che modo? Partendo dalle idee di tutti e non solo quelle di pochi eletti, partendo dall’ascolto delle necessità reali di chi vive la propria quotidianità in città. E quindi partendo da tutti noi.

A Venezia, innovatori, ricercatori, giovani talenti selezionati avranno modo di raccogliere tutte le vostre idee per vederle trasformate in progetti concreti per il miglioramento delle nostre città, qualora venissero selezionate. Questo lavoro si tradurrà in un miglioramento delle nostre vite solo se saremo concretamente in grado di lavorare insieme per utilizzare correttamente queste innovazioni. La tecnologia migliora la vita solo se è usata nel modo giusto, a beneficio di tutta la collettività e non come fattore abilitante la solitudine.

E quindi serve un metodo per rendere unica questa occasione di proporre non solo idee, siamo stanchi di idee rimaste nel cassetto, ora vogliamo cambiamento, quello vero. Vogliamo realizzazione di progetti in cui si veda, tramite open data, con trasparenza come gli investimenti vengano allocati fino all’ultimo centesimo.

Di cosa parliamo? Di 30 miliardi di dollari che in Europa verranno investiti in Smart Cities nei prossimi anni. E quindi è importante prima di tutto identificare quali siano le priorità di investimento di questi fondi.

Una delle più grandi ricchezze d’Europa sono infatti le nostre città. Sono dei monumenti alla diversità e alla bellezza: in un’epoca in cui ogni scelta, purtroppo anche politica, viene determinata dalla redditività, basta andare in qualunque città europea per vedere che la nostra storia è fatta di altro. Ciò che ha reso meravigliosa Copenaghen, ad esempio, è stato realizzato da re Cristiano, che ha perso guerre, ha lasciato lo Stato in bancarotta, ma ha reso la sua città una delle più belle al mondo. E per questo viene ricordato con gratitudine da tutti i danesi. Lo stesso accade in altre bellissime città, dove ciò che ammiriamo di più è spesso opera di persone che se ne sono fregate del puro tornaconto economico e hanno invece dedicato la loro azione e i loro soldi per realizzare qualcosa di veramente diverso. Città come Venezia, Roma, Siena o Firenze, sono lì a spiegarci come i governanti non sono uomini di business, né amministratori di condominio, ma devono pensare in grande e contribuire attivamente a costruire un mondo migliore che trascenda non solo gli aspetti economici ma anche quelli generazionali. Per questo amiamo le città d’Europa, perché ognuna di loro è uno stimolo a osare di più, a non restare intrappolati in calcoli da bottega, a volare alto senza paura di superare nuovi confini.

Ma senza aspettare che lo facciano i governanti chiamiamo a raccolta tutti i visionari d’Europa per far partire dal basso una nuova ondata di innovazione e di creazione. E per primi ci proviamo noi, menzionando alcune idee che se realizzate potrebbero far compiere alle nostre città qualche nuovo passo nel cammino della storia. Non certo per lasciare le città in bancarotta ma per rendere uniche al mondo e più adatte a chi ci vive e ci vivrà.

In questo articolo vi raccontiamo alcuni esempi di cambiamento a cui stiamo lavorando e vi chiediamo di aiutarci integrandoli, rispondendo a questa domanda: “Nella tua città ideale cosa vorresti?” mandateci pure le vostre idee via email identificando quali sono secondo voi le 5 priorità principali per migliorare le città Europee, saremo la vostra voce a Venezia ([email protected], [email protected] , [email protected] ) per diventare protagonisti dei secoli .

In particolare, abbiamo identificato diverse aree di lavoro su cui concentrarsi come ad esempio: architettura ed estetica, mobilità e riduzione del traffico, benessere e diminuzione inquinamento, cultura, lavoro e business, energia, formazione, governance, broad band e diminuzione digital device.

1. Architettura ed estetica

Per costruire spesso bisogna distruggere. Specie in città dove non abbondano spazi a disposizione per nuove costruzioni, come purtroppo è la norma in un continente al limite della saturazione.

Metamorfosi è un progetto della bulgara Christina Vrabcheva e del lussemburghese Philippe Wesquet che propongono che in ogni quartiere si segnali ciò che è più brutto e si presenti la loro idea su come trasformarlo in qualcosa di bello, eventualmente anche distruggendolo.

2. Mobilità e riduzione del traffico

Nell’era della mobilità sharing, con biciclette e auto, c’è ancora spazio per l’innovazione? Certo che sì, credono Giulia Mattoscio, Giulia Neri, Mia Pivčević, Alessandro Razzini, Riccardo Serafini, studenti della Bocconi che hanno ideato Vespiamo, servizio di scooter sharing replicabile in tutte le città d’Europa. Vespiamo ha appena vinto Expop 2014, la versione Pop di Expo, vetrina di progetti visionari organizzata dall’associazione Vivaio (per vedere tutti i progetti: www.expop.org).

3. Lavoro e business

Forse la più grande piaga della nostra epoca è la disoccupazione record che in molti paesi del nostro continente ha raggiunto livelli record. Questo è un dramma non solo economico ma anche perché un’intera generazione sta rimanendo indietro nella formazione che si ottiene dal lavoro che si fa (learning by doing) e nella impossibilità di dare il proprio contributo alla collettività. Un disastro su cui in parte le città potrebbero intervenire. Questo lo pensa Kiril Korbut, ragazzo bielorusso, che ha ideato “Occupazione 100%” un modello di gestione e di impiego di disoccupati in attività socialmente utili decise dalla comunità.

4. Formazione

L’Europa è diventata grande grazie ai suoi pensatori. Ma non solo: l’Europa è anche la terra del grande artigianato che insegue l’eccellenza anche al di là delle esigenze di mercato. In Europa i lavori manuali sono diventati una forma d’arte che fanno parte imprescindibile della nostra cultura, anche se tendiamo a dimenticarcene. Non se ne dimentica Sydney Lukee, studente di ingegneria che dal Kenya si è innamorato dell’Europa, e ha proposto “l’artigiano urbano”, un progetto di eventi cittadini caratterizzati dal fatto che chi partecipa non assiste, ma partecipa imparando le arti manuali trasmesse dai campioni dell’artigianato. Un modo per apprendere e tramandare la grande cultura delle arti applicate che sono un patrimonio di formazione individuale e collettivo per i cittadini d’Europa.

5. Governance

Da ultimo citiamo un progetto appena all’inizio su cui noi tre stiamo lavorando assieme ad altri per trasformare l’approccio della pubblica amministrazione e la gestione del patrimonio pubblico.

Il progetto parte dal mettere in discussione dei principi che sembrano fondanti delle nostre comunità. Il primo è: perché il patrimonio pubblico deve essere per forza un centro di spesa?

I politici vivono delle tasse dei cittadini e sempre con le tasse dei cittadini viene finanziata la gestione dei beni di proprietà pubblica. E se invece si ribaltasse questo approccio e il patrimonio pubblico diventasse non più una zavorra economica, ma un centro di produzione di benessere e ricchezza centrato sull’autofinanziamento?

Politici più orientati all’amministrazione e alla capacità di generare valore, questo uno degli intendimenti del progetto che si basa però su un altro principio complementare. A politici più capaci di creare ricchezza da ciò che amministrano occorre affiancare cittadini più orientati al bene pubblico: un altro degli elementi di questo progetto è di inserire modalità per rendere più partecipativo, coinvolgente e anche economicamente conveniente il supporto da parte dei cittadini di progetti visionari ad elevato impatto sociale.

Un modo perché chi verrà dopo di noi non sia grato solo a singole persone come re Cristiano di Danimarca, ma lo sia ai molti illuminati che avranno usato parte del proprio tempo e delle proprie ricchezze per rendere meravigliose le nostre città.

Chiudiamo l’articolo ora con quello che potremmo chiamare il Manifesto del Secolo Urbano, ovvero come creare delle vere smart city libere, autonome e aperte può far ripartire il paese e portarci verso l’età dell’abbondanza?

Ci rivolgiamo:

  • a chi persegue il merito;
  • a chi cerca in modo inesauribile nuovi stimoli;
  • a chi sa trarre ricchezza e fama da una situazione confusa e caotica;
  • a chi vuole crescere andando a teatro, al cinema, frequentando musei e librerie;
  • a chi odia pensarsi costretto in una villetta sperduta in campagna e si sente vivo solo in un quartiere del centro di una città multietnica e multicolore;
  • a un nuovo necessario ministro per le città che sappia governare la forza e le energie delle metropoli;
  • a tutti coloro che pensano che non sia finita e che abborriscono la decrescita, l’appiattimento, la rinuncia, la fuga.

Chiamiamo a raccolta tutti quelli che si sentono giovani, che ambiscono a vivere intensamente, che combattono ogni giorno per migliorare se stessi e il paese.

Insorgiamo per annunciare il nostro progetto egemonico in 6 punti, per il bene dell’Italia e dell’Europa:

  • Raddoppio del bilancio delle tre vere città metropolitane Milano, Roma e Napoli tramite una compartecipazione al gettito dell’Iva derivante dall’acquisto di beni e servizi sul territorio;
  • Finanziamento di un piano di manutenzione e infrastrutturazione straordinario nei confini dell’area metropolitana, pari a 30 miliardi di euro in 10 anni, per permettere ed incentivare il raddoppio della popolazione residente;
  • Azzeramento delle imposte sul patrimonio (IMU, TARSU, COSAP…);
  • Azzeramento dei trasferimenti da parte dello Stato;
  • Abrogazione di ogni statuto, piano, regolamento di competenza comunale;
  • Alienazione di tutte le partecipazioni comunali, per dare spazio al mercato.

L’occasione per Milano, Roma e Napoli è quella di cominciare un percorso di concessioni di poteri da parte dello Stato e delle Regioni, in una logica win win.

L’obiettivo è fare dell’urban core metropolitano un soggetto autonomo sul modello di Hong Kong, Amburgo, Buenos Aires, Mosca; tale luogo aperto al mondo ma inserito nello Stato Italiano (dotato di propria politica estera, fiscale etc.) dovrebbe essere un laboratorio che si autoregoli e che proponga un modello di libertà e di responsabilità partecipativa unico al mondo e utile anche per l’Italia. Con la riduzione al minimo dell’ingerenza politica e amministrativa, con l’adozione di proprie leggi e la gestione in autonomia delle proprie risorse, al fine di attirare talenti di tutto il mondo creando un luogo ideale per vivere e per fare impresa. Necessario ministro alle città come interlocutore.

Siamo tutti urbani! Cogliamo l’occasione della nascita delle città metropolitane!

Silvia Vianello,

Giacomo Biraghi

Andrea Zoppolato

Originariamente pubblicato su chefuturo.it
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Scritto da chef