Negli ultimi anni il tema della sovranità digitale è passato da questione tecnica a priorità strategica per i governi. Una recente analisi dell’Open Rights Group, rilanciata dai parlamentari britannici e riportata in più sedi, ha evidenziato come una concentrazione dei servizi digitali in mano a pochi operatori esteri crei vulnerabilità sistemiche che vanno oltre la pura gestione IT. Il problema riguarda infrastrutture critiche come data centre, piattaforme cloud e servizi SaaS, la cui disponibilità e integrità possono dipendere da decisioni prese fuori dal territorio nazionale.
La discussione non è solo tecnica: è intrisa di scelte politiche e di politica industriale. Dietro la parola sovranità digitale si nascondono concetti come controllo dei dati, resilienza operativa e autonomia nelle scelte tecnologiche. Cambiare rotta richiede interventi nel procurement pubblico, investimenti in capacità locali e la promozione di standard aperti e software open source per evitare che il mercato pubblico resti dominato esclusivamente da pochi hyperscaler.
Rischi geopolitici e controllo dei dati
La dipendenza da fornitori stranieri espone il regno unito a rischi che trascendono la dimensione commerciale. Uno dei temi più discussi è il rischio che decisioni politiche o tensioni internazionali possano tradursi in limitazioni nell’accesso a servizi cruciali: ciò può avvenire tramite sanzioni, pressioni normative o interventi legali nei paesi dei fornitori. Inoltre, esistono rischi concreti legati all’accesso ai dati: leggi come il US Cloud Act o normative di intelligence straniere possono rendere i dati ospitati su infrastrutture estere accessibili a terzi. L’analisi dell’Open Rights Group sottolinea come questa dimensione rappresenti un rischio per la sovranità e la sicurezza nazionale.
Sanzioni, disponibilità dei servizi e scenari critici
In scenari di crisi geopolitica, la possibilità che aziende con base legale in paesi terzi sospendano o limitino servizi non è solo teorica.
Episodi recenti, citati nel dibattito pubblico, mostrano come tensioni internazionali possano tradursi in blocchi di comunicazioni o restrizioni operative. Per un governo significa dover contemplare la perdita temporanea o permanente di strumenti essenziali per pubblica amministrazione, difesa e servizi sanitari. Contrastare questo rischio richiede strategie che combinino diversificazione dei fornitori, misure contrattuali e investimenti in alternative locali.
Impatto economico e dipendenza tecnologica
Dal punto di vista economico la concentrazione del mercato cloud genera effetti concreti: lock-in, contratti vincolanti e prezzi superiori a quelli che si avrebbero in mercati più competitivi. Autorità come la Competition and Markets Authority hanno già stimato che la spesa pubblica potrebbe essere significativamente più alta a causa di queste dinamiche. Inoltre, l’uso massiccio di hyperscaler da parte di ministeri e grandi enti aumenta la quota di spesa verso pochi fornitori, limitando lo spazio di manovra per i provider nazionali e ostacolando lo sviluppo di competenze e capacità industriali locali.
Costi nascosti e dati di spesa pubblica
Indagini e rapporti di settore mostrano che gran parte degli investimenti IT pubblici converge verso piattaforme cloud e servizi correlati, con grandi valori allocati a difesa, fisco e sanità. Questo crea una dipendenza strutturale che rende difficile per fornitori più piccoli crescere e competere. Ridurre i costi per i contribuenti e aumentare la resilienza richiede politiche di procurement che favoriscano la concorrenza, la portabilità dei dati e la possibilità di migrare carichi di lavoro senza penalità eccessive.
Strumenti per costruire una maggiore autonomia digitale
Le proposte per ridurre la dipendenza ruotano attorno a tre leve principali: promuovere standard aperti e software open source, rivedere le regole di procurement per sostenere provider nazionali e investire in modelli di cloud sovrano e in modelli AI sviluppati localmente.
Parlamentari e organizzazioni di settore chiedono di discriminare positivamente fornitori in grado di garantire controllo dei dati e conformità sovrana, oltre a favorire partnership pubblico-privato che possano ridurre il rischio di concentrazione.
Esempi europei e iniziative pratiche
L’Europa sta già sperimentando percorsi alternativi: iniziative come Gaia-X, certificazioni nazionali per cloud sicuri come SecNumCloud e il programma Cloud de confiance sono esempi di come creare ecosistemi interoperabili e più autonomi. Strumenti finanziari e programmi industriali possono aiutare a raggiungere la scala necessaria per competere con gli hyperscaler, ma servono segnali politici chiari e coerenza nelle strategie di lungo termine per coltivare un mercato cloud nazionale ed europeo sostenibile.

