Con l’entrata in vigore del Regolamento UE sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR) del 2024, l’Europa ha avviato una delle trasformazioni più profonde degli ultimi anni in tema di manifattura e sostenibilità. Tra le principali novità introdotte dal nuovo quadro normativo c’è il Digital Product Passport (DPP), il passaporto digitale di prodotto destinato a diventare obbligatorio progressivamente tra il 2026 e il 2030 per un numero crescente di categorie merceologiche, a partire da batterie, tessile, acciaio, elettronica ed elettrodomestici. L’obiettivo è rendere disponibili, lungo l’intero ciclo di vita del prodotto, informazioni strutturate su materiali, tracciabilità, riparabilità, riciclabilità e impatti ambientali, favorendo un’economia più circolare e trasparente.
Secondo la Commissione europea, il DPP rappresenta uno strumento chiave per migliorare l’efficienza delle risorse, ridurre i rifiuti e rafforzare la competitività dell’industria europea, rendendo al tempo stesso più semplice per consumatori, autorità e operatori economici accedere a dati affidabili e comparabili.
Ma per le imprese, in particolare per le PMI, la sfida è tutt’altro che banale: significa ripensare i processi di raccolta, gestione e condivisione delle informazioni di prodotto, integrando dati tecnici, ambientali e di filiera in un unico sistema digitale.
L’esperienza italiana di RSM
Una guida diventa indispensabile per cogliere e sfruttare a pieno le opportunità presentate da questo strumento. È quello che fa RSM, che sta accompagnando numerose imprese nel percorso di adeguamento al passaporto digitale, lavorando sull’integrazione tra compliance normativa, digitalizzazione e strategia di sostenibilità. «Il Digital Product Passport non è solo un nuovo obbligo regolatorio, ma un cambio di paradigma», spiega Silvio Cosoleto, Partner Digital & Innovation Strategy – RSM. «Per la prima volta il valore di un prodotto non è legato soltanto alle sue performance funzionali o al prezzo, ma anche alla qualità e alla trasparenza delle informazioni che lo accompagnano lungo tutto il ciclo di vita».
Uno degli aspetti più critici per le aziende riguarda la governance dei dati. Il DPP richiede infatti la disponibilità di informazioni strutturate su composizione dei materiali, impronta ambientale, durabilità, possibilità di riparazione e fine vita del prodotto. «Molte imprese — osserva Cosoleto — non hanno oggi sistemi integrati in grado di raccogliere e aggiornare questi dati in modo continuo. Il primo passo è quindi una mappatura dei flussi informativi esistenti, per poi costruire un’infrastruttura digitale che consenta di gestire in modo coerente e affidabile i dati di prodotto».
Secondo RSM, il passaporto digitale può diventare anche una leva di competitività e posizionamento sui mercati internazionali, soprattutto per le PMI. «Chi saprà muoversi in anticipo — sottolinea Cosoleto — potrà trasformare il DPP in uno strumento di vantaggio competitivo, migliorando la trasparenza verso clienti e partner e facilitando l’accesso a mercati sempre più sensibili ai temi ESG.
Inoltre, disporre di dati strutturati aiuta le imprese anche ad affrontare altri obblighi normativi, come quelli legati alla rendicontazione di sostenibilità».
Il valore del passaporto digitale emerge con chiarezza anche guardando a casi concreti di filiera, come quello del vino, uno dei comparti simbolo del made in Italy. «Nella filiera vitivinicola — racconta Cosoleto — il DPP può diventare uno strumento potente di tracciabilità e valorizzazione del prodotto: dalla vigna alla bottiglia, è possibile integrare informazioni su origine delle uve, pratiche agricole, consumo idrico ed energetico, packaging, logistica e riciclabilità. Tutti dati che rafforzano la fiducia del consumatore e consentono ai produttori di differenziarsi sul mercato». Lo stesso approccio può essere esteso ad altre filiere del made in Italy, come agroalimentare, moda e manifattura avanzata, dove tracciabilità, origine e sostenibilità rappresentano già oggi fattori competitivi chiave.
Dall’analisi normativa al supporto tecnologico
L’approccio di RSM si basa su un accompagnamento integrato che combina analisi normativa, consulenza organizzativa e supporto tecnologico, aiutando le imprese a tradurre i requisiti regolatori in processi operativi concreti. «Il rischio — aggiunge Cosoleto — è trattare il passaporto digitale come un adempimento isolato. In realtà, è un tassello di una trasformazione più ampia che riguarda il modo in cui le aziende progettano i prodotti, gestiscono le filiere e comunicano il proprio valore al mercato».
Un altro elemento chiave è la formazione delle competenze interne. «Senza persone preparate — osserva Cosoleto — nessuna piattaforma digitale è sufficiente. Serve una cultura del dato, della tracciabilità e della sostenibilità che permei l’organizzazione. Per questo lavoriamo molto su percorsi di formazione e change management, affinché le imprese possano gestire in autonomia il passaporto digitale e adattarsi all’evoluzione normativa».
In prospettiva, il Digital Product Passport è destinato a modificare profondamente anche il rapporto tra aziende e consumatori. Grazie a strumenti come QR code o interfacce digitali, sarà possibile accedere in modo immediato a informazioni certificate sulla sostenibilità e sulla provenienza dei prodotti, aumentando trasparenza e fiducia. «È un passaggio culturale rilevante — conclude Cosoleto — perché sposta il mercato verso scelte più consapevoli e responsabilizza tutta la catena del valore. Le imprese che sapranno coglierlo non solo saranno compliant, ma avranno un vantaggio competitivo duraturo».
In questo senso, il passaporto digitale non rappresenta soltanto una nuova regola da rispettare, ma uno dei pilastri su cui si costruirà la manifattura europea del prossimo decennio, dove sostenibilità, dati e competitività diventeranno sempre più inseparabili.

