La missione cinese Chang’e‑6 ha riportato sulla Terra i primi campioni raccolti dalla faccia nascosta della Luna. Quei frammenti offrono una finestra privilegiata su eventi antichi e violenti che hanno segnato il satellite: le analisi preliminari rivelano segnali chimici insoliti che puntano verso un impatto di straordinaria energia, capace non solo di alterare la crosta ma anche di rimodellare parti profonde del mantello lunare.
Campioni e prime scoperte isotopiche
Il gruppo dell’Istituto di Geologia e Geofisica dell’Accademia Cinese delle Scienze ha studiato quattro frammenti basaltici provenienti dalla faccia nascosta. Usando spettrometria di ultima generazione (in particolare MC‑ICP‑MS), i ricercatori hanno misurato il rapporto isotopico δ41K — cioè la composizione isotopica del potassio rispetto a uno standard. I valori medi risultano leggermente più “pesanti” rispetto ai basaltI analizzati dalle missioni Apollo e ai meteoriti lunari: la differenza è numericamente modesta, ma statisticamente significativa.
Questo spostamento suggerisce che la regione esaminata abbia subito eventi termici e chimici non comuni, con possibili ripercussioni sui processi di fusione e differenziazione del mantello.
Cosa può spiegare l’arricchimento in isotopi pesanti
Una delle interpretazioni più convincenti è che un impatto ad altissima energia abbia provocato l’evaporazione selettiva dei componenti volatili. Il potassio è moderatamente volatile e, se una porzione leggera viene rimossa per evaporazione, il residuo tende a mostrare un arricchimento relativo degli isotopi più pesanti — proprio quello osservato nei campioni. Gli autori dello studio hanno escluso altre spiegazioni plausibili, come l’irraggiamento cosmico, processi magmatici locali o contaminazioni da meteoriti: nessuna di queste riesce a riprodurre contemporaneamente la magnitudine e la distribuzione della variazione isotopica riscontrata.
Un impatto che ha ridefinito il mantello lunare?
I dati convergono verso l’ipotesi che la formazione del bacino Polo Sud‑Aitken — un cratere colossale di circa 2.500 km di diametro e fino a 13 km di profondità — possa essere stata l’evento responsabile.
Un impatto di tale portata avrebbe avuto la potenza necessaria per vaporizzare volatili e per innescare correnti convettive profonde nel mantello, rimescolando materiali e modificando la chimica interna. Modelli numerici affiancati alle misure geochimiche mostrano come un rimescolamento prolungato possa aver ridisegnato la capacità del mantello di produrre magma basaltico su larga scala.
Spiegare l’asimmetria tra le due facce lunari
Questa linea interpretativa fornisce una chiave per capire perché la faccia visibile della Luna è ricca di mari basaltici mentre quella nascosta ne è quasi priva. Se un impatto gigantesco ha depletato i volatili nelle profondità del mantello sul lato nascosto, la sua abilità a generare grandi volumi di magma sarebbe diminuita, con conseguenze dirette sulla distribuzione dei depositi basaltici. Per confermare questa spiegazione servono però più dati: nuove analisi petrologiche e altri ritorni di campioni permetteranno di quantificare l’entità e la durata delle alterazioni.
Metodi, simulazioni e passi successivi
Le misure isotopiche sono state condotte con apparecchiature ad altissima precisione; i risultati sperimentali sono stati poi confrontati con simulazioni termiche e di vaporizzazione che riproducono la dinamica di un impatto su scala planetaria. Questi modelli indicano che la combinazione di vaporizzazione di componenti leggeri e successiva convezione profonda può generare le firme chimiche osservate. Il prossimo passo è aumentare il numero e il volume dei campioni analizzati, estendendo lo studio ad altri elementi volatili e a confronti sistematici con campioni provenienti da grandi bacini della faccia visibile — per esempio Mare Imbrium e Mare Serenitatis.
Implicazioni oltre la Luna
Se la deplezione di volatili dovesse rivelarsi una conseguenza comune di grandi impatti, le ricadute sarebbero di portata più ampia: impatti giganteschi possono trasformare la chimica interna e l’evoluzione geologica di corpi rocciosi nel Sistema Solare.
Le tecniche applicate sui campioni di Chang’e‑6 saranno utili anche per studiare materiali marziani, asteroidi e altre lune, contribuendo a ricostruire eventi violenti nella storia planetaria. Le analisi in corso, insieme a modelli più dettagliati e a ulteriori ritorni di campioni, chiariranno quanto questi eventi abbiano effettivamente trasformato la Luna — e, per estensione, quanto simili processi abbiano modellato altri mondi del nostro vicinato spaziale.

