La narrativa sulle origini degli ominidi riceve un colpo di scena dal deserto settentrionale dell’Egitto. In un sito paleontologico già noto agli studiosi, il team guidato dall’Università di Mansoura e dalla University of Southern California ha riportato alla luce una mandibola fossile che sfida interpretazioni consolidate. Il reperto, descritto sul periodico Science, è stato attribuito a una nuova specie denominata Masripithecus moghraensis e risale al Miocene inferiore, collocandosi tra i 17 e i 18 milioni di anni fa.
Questo ritrovamento non è importante solo per l’età, ma per il suo significato geografico: la presenza di una grande scimmia antropomorfa in Wadi Moghra indica che la diversificazione delle lineage che portarono alle odierne grandi scimmie e all’uomo potrebbe aver avuto un centro evolutivo anche nel Nord Africa e nel Medio Oriente.
Le analisi combinate di anatomia, confronto filogenetico e ricostruzione biogeografica hanno prodotto risultati che invitano a rivedere il ruolo esclusivo tradizionalmente attribuito all’Africa orientale.
Il sito e la scoperta
Wadi Moghra è una depressione del deserto settentrionale egiziano già frequentata dai paleontologi per la ricchezza di resti faunistici antichi, ma mai era stato recuperato un fossile riconducibile a un ominide. I materiali portati alla luce tra il 2026 e il 2026 includono una mandibola con denti ben conservati; la morfologia dentaria e mandibolare ha permesso agli autori dello studio di identificarla come rappresentante di una nuova specie. La denominazione Masripithecus moghraensis richiama il legame con l’Egitto (Masr in arabo) e con il sito di provenienza.
Datazione e contesto geologico
La collocazione cronologica del reperto è stata ottenuta mediante metodi stratigrafici applicati agli orizzonti sedimentari di Wadi Moghra. L’assegnazione al Miocene inferiore (17-18 milioni di anni) è coerente con la fauna associata e con la configurazione paleogeografica dell’epoca, quando movimenti tettonici e cambiamenti climatici crearono corridoi terrestri intermittenti. Questi scenari favorirono dispersioni e isolamenti che possono spiegare la presenza di lignaggi differenziati fuori dall’Africa orientale.
Morfologia e adattamenti alimentari
La mandibola di Masripithecus mostra caratteristiche peculiari: una struttura robusta, canini e premolari relativamente grandi, e molari con una superficie masticatoria complessa e arrotondata. Questi caratteri suggeriscono un apparato masticatorio capace di elaborare una gamma di alimenti: frutta come risorsa principale ma con l’abilità di frantumare noci o semi più duri quando necessario.
Gli autori interpretano questa plasticità come un vantaggio adattativo in un periodo segnato da una stagionalità crescente.
Dietà e flessibilità ecologica
La combinazione di dentizione e robustezza mandibolare del nuovo taxon è indicativa di una dieta versatile. In termini funzionali, questa versatilità avrebbe consentito al primate di sfruttare nicchie diverse: una strategia che aumenta le probabilità di sopravvivenza in ambienti soggetti a variabilità climatica. L’interpretazione di Shorouq Al-Ashqar e colleghi considera la capacità di adattamento alimentare come un elemento chiave per comprendere la diffusione e la persistenza di questi lignaggi.
Implicazioni filogenetiche e biogeografiche
Il punto più rivoluzionario dello studio non è soltanto il ritrovamento in sé, ma il posizionamento filogenetico di Masripithecus moghraensis. Attraverso modelli statistici che integrano caratteri anatomici, dati molecolari disponibili e vincoli geologici, il team ha trovato una correlazione più stretta tra questa specie egiziana e l’insieme delle grandi scimmie attuali, compresi gli umani, rispetto ad altre forme coeve dell’Africa orientale.
Questo risultato mette in luce una diversificazione precoce delle anthropoidea che coinvolse il bacino mediterraneo.
Una nuova visione della culla evolutiva
Se ulteriori scoperte corroboreranno questi risultati, il quadro tradizionale che vede l’Africa orientale come la culla esclusiva degli ominidi dovrà essere ampliato: il Nord Africa e il Medio Oriente potrebbero aver funzionato come un centro primario di radiazione evolutiva, un vero e proprio laboratorio naturale in cui si formarono caratteristiche che più tardi si ritroveranno in popolazioni eurasiatiche e africane. Gli autori, tra cui Erik Seiffert, sottolineano che la plausibilità del nuovo scenario non dipende solo dal singolo fossile, ma da una serie di evidenze filogenetiche e biogeografiche coerenti.
In sintesi, la scoperta a Wadi Moghra è destinata a stimolare nuove ricerche e scavi in regioni finora trascurate. La presenza di Masripithecus moghraensis nel Miocene inferiore amplia la nostra comprensione della distribuzione spaziale e temporale delle grandi scimmie e impone una revisione delle rotte migratorie e dei centri di origine che hanno portato, nel tempo profondo, alla comparsa delle specie attuali.

