A diciotto mesi dall’entrata in vigore della legge sulle liste d’attesa, pochi segnali indicano un cambiamento reale per chi aspetta visite ed esami. La riforma prevedeva una piattaforma nazionale per monitorare i tempi e coordinare gli interventi: nella pratica, però, i risultati sono ancora deludenti, come mostra l’analisi della Fondazione Gimbe.
Cosa non ha funzionato: i vuoti operativi La legge ha creato strumenti di governance e un sistema di reporting centralizzato, ma due decreti attuativi ritenuti essenziali non sono stati pubblicati. Senza quei provvedimenti, mancano regole uniformi per calcolare il fabbisogno di personale e per gestire prenotazioni e disdette nei Cup. Il risultato è una gestione ancora molto diversa tra regione e regione, con procedure e priorità che variano a seconda dei territori.
La piattaforma: tanti numeri, poca utilità pratica La banca dati raccoglie quasi 58 milioni di prestazioni, ma i dati sono pubblicati solo in forma aggregata a livello nazionale. Non ci sono dettagli per regione, per azienda sanitaria o per singola struttura; non si distingue l’attività erogata dal Servizio sanitario nazionale da quella in intramoenia. Questa mancanza di granularità rende difficile capire dove si annidino davvero i problemi e impedisce interventi mirati.
Perché la granularità conta Gli indicatori medi nascondono la “coda lunga” delle attese: cioè la parte di pazienti che resta in attesa oltre i limiti garantiti. Senza informazioni per priorità, per fasce temporali e per struttura, è praticamente impossibile misurare quanti ricevano le prestazioni nei tempi previsti. Gimbe chiede espressamente dati disaggregati proprio per questa ragione: solo così si possono progettare azioni efficaci e rendere trasparente l’offerta per i cittadini.
Impatto sui cittadini: rinunce e spese private Le conseguenze sono concrete. Dati Istat citati da Gimbe mostrano che circa 5,8 milioni di persone hanno rinunciato almeno a una prestazione sanitaria; una quota consistente ha accettato la prima disponibilità proposta dal Cup, spesso perché non c’erano alternative. Molti, infine, ricorrono al privato o all’intramoenia per ottenere tempi più rapidi, aumentando la spesa out-of-pocket e accentuando le disuguaglianze di accesso.
L’intramoenia: corsia preferenziale per chi può permetterselo Secondo Gimbe, circa il 30% delle prestazioni viene erogato in intramoenia, con picchi per alcune prestazioni ad alto volume. Quando l’accesso al pubblico è lento, l’intramoenia diventa una via privilegiata per chi ha risorse, minando il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale.
Serve più controllo su tariffe, conflitti d’interesse e trasparenza verso i pazienti.
Cosa serve davvero per cambiare le cose Una piattaforma funzionante non basta. Occorrono tre linee d’intervento concrete: – pubblicazione rapida dei decreti attuativi per definire regole comuni su personale e gestione delle prenotazioni; – dati disaggregati e indicatori che misurino non solo le medie, ma anche la percentuale di prestazioni erogate nei tempi previsti per ciascun livello di priorità; – investimenti strutturali in personale, organizzazione dell’offerta e digitalizzazione, insieme a misure per ridurre la domanda inappropriata.
Per chi governa le aziende sanitarie Le strutture locali devono dotarsi di processi e competenze per gestire i dati in modo utile: non si tratta di adempiere a obblighi formali, ma di generare evidenze che guidino scelte operative.
Maggior trasparenza sulle disponibilità e rendicontazione chiara delle prestazioni aiuterebbero a valutare l’efficacia degli interventi e a responsabilizzare le singole strutture.
In breve La legge sulle liste d’attesa ha messo sul tavolo strumenti importanti, ma senza decreti attuativi chiari, dati dettagliati e risorse dedicate rischia di restare sulla carta. Per i cittadini questo significa attese più lunghe, più spese private e accessi diseguali; per il sistema sanitario, la sfida vera è trasformare informazioni e norme in risultati concreti.

