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26 Giugno 2026

La mano di Michelangelo e lo sport che fa davvero bene alla società

Oggi è successo ad una conferenza stampa con Sebastian Coe, il gran capo del comitato organizzatore di Londra 2012, Olimpiadi e Paralimpiadi insieme. Si parlava di quel successo superiore a ogni previsione che è stato il lavoro dei volontari, ovvero si parlava di 250mila persone, molte italiane, che si sono candidate sperando di essere tra i 70mila selezionati. Persone di ogni età e di varie professionalità. Un volontario ha confessato quello che avrebbe confessato chiunque di loro: “Oggi sono triste perché è il mio ultimo giorno, vorrei restare qui domani, e dopodomani ancora. Sempre“.

Non è solo la magia olimpica, è una società, e il discorso riguarda pure la nostra – non quella ingleseche si accorge che tanti discorsi sulla Big Society sono inutili se calati dall’alto. Mentre diventano una svolta che tutti apprezzano quando sono realizzati dal basso. La Big Society sono i cittadini che si prendono un ruolo e che non aspettano di essere munti, con tasse, divieti, obblighi. La Big Society è lo sport, non solo quello felice delle Olimpiadi, lo sport di tutti i giorni, che si regge appunto sui volontari. Lo sport che, ha sottolineato giustamente sempre oggi Johan Cruyf, non è un’attività legata al tempo libero. Piuttosto, si tratta di tempo utile.

Chissà cosa resterà di questi dibattiti a braciere spento, ma è evidente che ogni tanto un pensierino a casa, al ritorno alla normalità che adesso ci spaventa si fa. C’è pure un volume dell’Inail distribuito a Casa Italia – che durante le Paralimpiadi si chiama EccezionalItalia, un gioco di parole chiaro ma forse troppo ardito per essere comprensibile a tutti – che si intitola “Going back home“. Non si tratta solo del viaggio di ritorno per atleti arrivati qui a ogni parte del mondo, il tema è ovviamente il ritorno a casa, ovvero alla normalità dei disabili.

Di nuovo emerge il fatto che il pubblico che riempie tutti gli impianti è in realtà una folla tutt’altro che anonima. Non urla solo per gli atleti, urla per reclamare un ruolo suo, dice che la normalità è un dato che nessuno mette più in discussione. Bello, ad esempio, pensare che proprio grazie allo sport – nel caso specifico la maratona – una città come Venezia diventi accessibile perché i ponti che devono essere praticabili per gli atleti diventano finalmente passerella anche per le carrozzine, per chi cammina con le protesi. E poi?

Going back home elenca una serie di best practice per la vita domestica, per il ritorno al lavoro, per l’inizio dell’attività sportiva. La prima edizione del volume, a metà anni 90, fotografava un’Europa e un’Italia che erano ancora agli esordi nel considerare la social security non solo come esempio di assistenza sociale ma, piuttosto, come perno di un programma più ampio. L’edizione di oggi è il risultato di un lavoro di squadra in cui gli esperti sono complementari ai cittadini che hanno dovuto sperimentare e sperimentano la disabilità .

Insomma, si torna sempre a casa, ma con speranze nuove, con la consapevolezza che appunto il ritorno può essere una nuova partenza. E il linguaggio crudo della crisi invece che essere un ostacolo può essere, in questo caso, un aiuto: un disabile non assistito nel suo recupero è un costo per la sua famiglia ed è un costo per la società: difficile stabilire quale sia il conto più salato da pagare. Un disabile coinvolto nel proprio reinserimento è in realtà una risorsa, un tesoro per la collettività .

Il Centro Protesi di Vigorso di Budrio dell’Inail non è solo il box dove si ritirano protesi, ma è un posto dove si impara la nuova cittadinanza che riguarda i disabili, dove si è aiutati nella ricerca di un lavoro. E questa attenzione la ritrovi ovunque, come nel modello di mano di ultimissima generazione, realizzato in realtà da Otto Bock, che si chiama Michelangelo, come a ricordare il livello di raffinatezza a cui si è arrivati. Raffinatezza anche emotiva.

 Sono i pensieri di un giorno felice in cui l’unica tristezza è questa: prima o poi un sipario su questa recita calerà.

Perché il bello delle Paralimpiadi è lo stesso delle Olimpiadi: capitano ogni quattro anni. Ma stavolta è un bel sollievo pensare che ci lasceranno in eredità la consapevolezza di un ruolo nuovo che lo sport si è meritato e che adesso deve imparare a interpretare. “Going back home“: non dovremo più chiederci che cosa la società può fare per lo sport, ma cosa lo sport può fare per la società . È un bel pensiero, è la nascita della Big Society che Coe, Cruyf e altri loro compagni di squadra sono pronti a far decollare tenendo stretto il timone per non lasciarlo ad altri.

In fin dei conti – ha detto ancora Cruyf, che segue le Paralimpiadi dal 1992, e che adesso gira il mondo per realizzare impianti di base e corsi scolastici e universitari per la sua fondazione – “si tratta di educazione fisica. Di rispettare e conoscere il corpo con cui sei nato, il corpo con cui morirai: bisogna tenerne conto. Abbiamo trascurato il problema per tanti, troppi anni. Adesso finalmente stiamo correggendo l’errore, stiamo tornando a occuparci di educazione fisica. E chiedere alla gente di sport di occuparsi di certi eventi non è uno sbaglio, è una mossa vincente: conoscono già l’ambiente“.

Autore

chef