La Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia e altri diciotto Stati membri per non aver trasmesso entro il termine stabilito la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione edilizia previsto dalla direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici, nota come direttiva case green. Il termine fissato per l’invio era il 31 dicembre 2026 e, dopo la notifica delle lettere di costituzione in mora, le capitali hanno a disposizione due mesi per fornire una risposta o il materiale richiesto. Se la risposta non sarà ritenuta soddisfacente, la Commissione potrà procedere con un parere motivato e, successivamente, ricorrere alla Corte di giustizia.
Questi piani non sono documenti formali opzionali, ma strumenti strategici voluti dalla direttiva EPBD (tra cui la citata Direttiva (UE) 2026/1275) per guidare la trasformazione del patrimonio edilizio verso la neutralità climatica.
La bozza inviata entro fine 2026 doveva consentire a Bruxelles di valutare le traiettorie nazionali e formulare raccomandazioni entro sei mesi; la versione definitiva del piano è poi prevista entro dicembre 2026. L’assenza o il ritardo nella trasmissione impedisce alla Commissione di verificare coerenza, ambizione e fattibilità delle misure proposte.
Obiettivi e scadenze della direttiva
La finalità dichiarata della normativa è la decarbonizzazione del patrimonio edilizio entro il 2050. Tra le tappe intermedie: gli edifici di nuova costruzione dovranno essere a emissioni zero a partire dal 2030, mentre per gli edifici pubblici la scadenza indicata è il 2028. La direttiva impone inoltre target specifici per la ristrutturazione degli immobili con le peggiori prestazioni: almeno il 16% degli edifici pubblici più inefficienti rispetto al 2026 dovrà essere ristrutturato entro il 2030 e il 26% entro il 2033.
Queste soglie servono a orientare interventi che combinino efficienza e decarbonizzazione.
Contenuti richiesti nei piani nazionali
I Piani nazionali di ristrutturazione edilizia devono offrire una fotografia dettagliata del parco immobiliare, con una mappatura delle classi energetiche, e una tabella di marcia con obiettivi misurabili per il 2030, il 2040 e il 2050. Devono anche descrivere le politiche e gli strumenti di supporto, le esigenze di investimento e le fonti di finanziamento previste. In pratica, il piano è pensato come un quadro operativo che indica come trasformare norme, incentivi e risorse pubbliche e private in cantieri di riqualificazione efficaci e programmati.
La fase procedurale e i Paesi interessati
La lettera di costituzione in mora rappresenta il primo passo formale ex articolo 258 del TFUE: la Commissione contesta la violazione e chiede chiarimenti o l’invio del progetto di piano.
Oltre all’Italia, tra i Paesi destinatari figurano, a titolo esemplificativo, Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Francia, Cipro, Lettonia, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Svezia. Questi Stati dispongono di due mesi per rispondere; in caso contrario, la Commissione può emettere il parere motivato e, se il contenzioso prosegue, rivolgersi alla Corte di giustizia.
Le reazioni della società civile
Organizzazioni come Legambiente e il Kyoto Club hanno definito il ritardo «inaccettabile», sottolineando che la mancata pianificazione ostacola opportunità di risparmio energetico, creazione di posti di lavoro e riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Le associazioni chiedono al Governo di presentare al più presto una bozza condivisa con le parti sociali e di concentrare risorse su misure strutturali che possano tradursi in interventi concreti per le famiglie e per l’efficienza del settore edilizio.
Implicazioni pratiche e prospettive
La redazione tempestiva e solida dei piani è fondamentale per attrarre investimenti: un quadro normativo chiaro e percorsi finanziari definiti riducono il rischio per i soggetti privati e facilitano interventi su larga scala. Inoltre, la riqualificazione energetica può contribuire a ridurre la dipendenza dal gas, abbassare le bollette e mettere in moto filiere produttive locali. In assenza di piani credibili, invece, aumentano i margini di contenzioso con l’UE e il rischio di dover correggere strategie nazionali in corso d’opera.
In conclusione, la notifica della Commissione apre una finestra di confronto che può tradursi in raccomandazioni utili o in escalation giudiziarie: per l’Italia e gli altri Stati coinvolti la sfida è trasformare l’obbligo formale in un piano operativo che coniughi obiettivi climatici, sostenibilità economica e benefici sociali. Il tempo per rispondere è breve, ma l’impatto delle scelte sarà pluriennale.

