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Il caso Pippo Franco: indagine sui certificati per ottenere il green pass

Il rinvio a giudizio coinvolge Pippo Franco, la famiglia e il medico che avrebbe inserito le certificazioni nel sistema regionale

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La vicenda che ha portato al rinvio a giudizio di Pippo Franco riguarda certificati medici che attestavano l’avvenuta vaccinazione anti Covid e il conseguente rilascio del green pass. Secondo l’inchiesta della procura di Roma, sono 18 le persone coinvolte e per tutti è scattata l’accusa di falso in atto pubblico. Il caso è emerso in un periodo in cui il lasciapassare sanitario era diventato condizione quotidiana per entrare in locali pubblici e viaggiare.

Nel raccontare i fatti è importante collocare l’episodio nel contesto della campagna vaccinale estiva: nella estate 2026 il certificato digitale è stato richiesto in molte situazioni di vita sociale. Le indagini hanno cercato di capire se, e in che modo, alcuni pazienti abbiano ottenuto il documento senza essersi sottoposti realmente alla somministrazione del vaccino, attraverso presunte attestazioni irregolari inserite nel sistema informatico della regione Lazio.

Il ruolo del medico e le accuse

Al centro del procedimento figura il medico di base Natale Cirino Aveni, per il quale la procura contesta di aver formato e trasmesso false certificazioni che attestavano falsamente le vaccinazioni. Secondo l’atto di accusa, queste attestazioni sarebbero state poi caricate nel sistema informatico della regione Lazio, permettendo il rilascio del green pass ai pazienti interessati. Il dottore è difeso dagli avvocati Salvatore Volpe e Antonio Ferdinando De Simone, e respinge le contestazioni come già annunciato dai legali.

Le verifiche sulle dosi

Le prime anomalie sono emerse durante controlli sulle forniture e sulle somministrazioni. I carabinieri del Nas hanno rilevato una discrepanza tra le dosi ricevute e quelle dichiarate come somministrate: da 20 fiale consegnate, che avrebbero dovuto produrre circa 120 dosi, risultavano somministrate 156 dosi.

Questa differenza ha fatto scattare accertamenti più approfonditi che hanno poi allargato l’indagine fino a coinvolgere numerosi pazienti e documenti informatici.

Gli imputati noti e le posizioni di difesa

Tra i pazienti indicati dall’accusa ci sono figure pubbliche, tra cui il comico Pippo Franco, la moglie Maria Piera Bassino e il figlio Gabriele Franco. Per l’accusa, il medico avrebbe attestato vaccini somministrati a questi pazienti tra il 29 luglio e il 19 agosto 2026. Tutti loro, difesi da diversi legali, hanno respinto le contestazioni. I difensori hanno messo in dubbio la chiarezza delle prove, sostenendo che alcune conversazioni telefoniche risultano equivoche e che le interpretazioni investigative si sono concentrate anche su battute fatte in trasmissioni televisive.

Reazioni e dichiarazioni

Il diretto interessato, Pippo Franco, ha sempre negato ogni addebito. In televisione aveva risposto a domande sulla sua vaccinazione con la frase ‘Preferisco non rispondere, vi basti sapere che ho il Green Pass’, battuta che secondo la difesa sarebbe stata decontestualizzata dagli investigatori. Dal punto di vista processuale, la contestazione principale rimane il reato di falso in atto pubblico, una fattispecie che richiede l’accertamento preciso delle modalità con cui i documenti sono stati redatti e inseriti nei sistemi ufficiali.

Altri filoni e prossime fasi

Oltre al filone principale sui certificati vaccinali, l’inchiesta ha sviluppato anche un altro nucleo investigativo relativo al rilascio di permessi ZTL basati su documentazione medica sospetta. Per questo secondo filone sono coinvolte altre persone e si attende la decisione sul rinvio a giudizio di ulteriori indagati: secondo gli atti, a luglio si sarebbe dovuto decidere se procedere anche per circa dieci persone legate a quelle ipotesi.

Le richieste di rinvio a giudizio sono state formalizzate dalla sostituta procuratrice Eleonora Fini.

Implicazioni e considerazioni

La vicenda solleva questioni che vanno oltre i singoli nomi: mette in luce la vulnerabilità delle certificazioni sanitarie quando strumenti digitali e fiducia professionale vengono messi in crisi. Il caso richiama l’attenzione sul valore della tracciabilità, sulla responsabilità dei medici e sull’impatto che pratiche irregolari possono avere sulla fiducia collettiva nelle misure di salute pubblica. In termini pratici, se le accuse saranno confermate in dibattimento, il processo avrà implicazioni sia penali sia reputazionali per gli imputati e produrrà probabilmente richieste di maggiore controllo sui flussi informativi sanitari.

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Scritto da Staff

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