La High Court ha rigettato il ricorso che chiedeva di obbligare il Home Office a offrire documenti alternativi oltre all’eVisa, concludendo che la scelta di affidarsi a un sistema interamente digitale rientra nei poteri del segretario di stato. La migrazione a uno stato migratorio consultabile esclusivamente online ha portato alla scadenza dei documenti tradizionali il 31 December 2026, lasciando milioni di persone a dover dimostrare il proprio diritto di soggiorno con strumenti elettronici.
Fin dalla sua introduzione il sistema ha subito ripetute critiche per la qualità e l’integrità dei dati: malfunzionamenti, informazioni imprecise e blocchi di accesso. Nonostante ciò, la politica corrente del Home Office stabilisce che l’eVisa sia l’unico mezzo riconosciuto per provare lo status migratorio e i relativi diritti, con impatti significativi sui diritti sociali ed economici dei residenti interessati.
Il contenzioso e i soggetti coinvolti
Nel ottobre 2026 è stato concesso il permesso a due persone per avviare un judicial review contro la politica del Home Office: si tratta di una persona riconosciuta come rifugiata e sopravvissuta alla tratta e di un adulto vulnerabile. Entrambi hanno sperimentato problemi ripetuti con l’eVisa — rispettivamente per sei e nove mesi — periodi durante i quali non sono riusciti a ottenere le prestazioni cui avevano diritto perché i loro account mostravano dati errati o non consentivano l’accesso.
Richieste e risposta dell’amministrazione
I ricorrenti lamentavano che il rifiuto del Home Office di emettere documenti sostitutivi costituisse un vincolo illegittimo dell’esercizio discrezionale e una politica irrazionale. Avvocati dello studio Deighton Pierce Glynn hanno sostenuto, a partire dal 3 March 2026 in un’udienza di due giorni, che l’approccio digitale esclusivo privo di una arrangiamento di backup esponeva le persone a gravi pregiudizi pratici.
Motivazione della corte
Il giudice ha però respinto le argomentazioni sostenendo che la decisione del segretario di stato di affidarsi all’eVisa rientra nella gamma di scelte ragionevoli previste dalla normativa. La sentenza sottolinea che, sebbene possano esistere opinioni diverse sul fatto che debba esistere un meccanismo alternativo, è rilevante che il Home Office abbia riconosciuto le problematiche tecniche e abbia avviato un piano di stabilizzazione della durata di 12 mesi per affrontarle.
Equilibrio tra benefici e rischi
Nel ragionamento del tribunale emerge la cautela richiesta nel sostituire valutazioni politiche e pratiche: il bilanciamento tra i vantaggi di un sistema completamente digitale e le difficoltà individuali è definito in larga misura come scelta politica. Lo stesso giudice ha osservato che il Home Office ha ammesso che il sistema non è perfetto e che, in singoli casi, può provocare sofferenze a persone non responsabili dei malfunzionamenti.
Problemi risolvibili e precedenti interventi
La sentenza registra anche che molti problemi dell’eVisa sono stati sanati rapidamente quando l’amministrazione è stata sollecitata tramite procedimenti legali o minacce di azione giudiziaria: ciò dimostra che gli errori sono spesso correggibili, ma anche che le procedure ordinarie non sempre forniscono rimedi tempestivi. Per chi subisce disservizi urgenti, è ancora possibile chiedere al tribunale interventi per ripristinare l’accesso o correggere dati errati.
Rischio ricorrente
Un altro elemento evidenziato è la natura del sistema, che interroga in tempo reale numerosi database governativi: anche quando un problema viene risolto, lo stesso individuo potrebbe ritrovarsi senza accesso valido in future occasioni. Considerando che milioni di persone ora dipendono dall’eVisa, anche un tasso di errore dell’1% si tradurrebbe in decine di migliaia di persone colpite.
Reazioni delle organizzazioni e impatto sociale
Tra i soggetti che hanno sostenuto i ricorrenti c’è the3million, la cui responsabile politica Monique Hawkins ha espresso delusione per la decisione, pur apprezzando il riconoscimento giudiziario della diffusione dei problemi. Il gruppo ha fornito dati raccolti con lo strumento Report-It, utilizzati dal tribunale per dimostrare le difficoltà concrete subite dagli utenti.
La CEO del Migrants’ Rights Network, Fizza Quereshi, ha denunciato che la digitalizzazione completa e la mancata aggiornamento dei Biometric Resident Permits (BRP) hanno generato confusione e danni tangibili: perdita di lavoro, di abitazione e ostacoli alla rientrabilità nel Regno Unito. Organizzazioni e singoli segnalano anche l’aumento dello stress psicologico dovuto a interazioni con una burocrazia percepita come ostile; in un caso riportato, l’Information Commissioner’s Office ha rilevato una violazione della normativa sulla protezione dei dati.
La sentenza rappresenta dunque una conferma legale della politica digitale del Home Office, ma non sopprime le questioni pratiche e i rimedi individuali: gli interessati possono ancora proporre ricorsi per casi urgenti e gli avvocati stanno valutando un possibile appello. Nel frattempo rimane aperto il dibattito pubblico sulla relazione tra tecnologia, diritti e controllo amministrativo.

