Negli anni della transizione ecologica una dinamica ambivalente ha caratterizzato il mercato del lavoro italiano: i green jobs sono cresciuti numericamente, ma non tutte le assunzioni hanno offerto protezioni contrattuali durature. Questo articolo ricostruisce i risultati di una ricerca condotta da studiosi dell’Università di Pisa e dell’Università di Torino, pubblicata sul Journal of Cleaner Production, mettendo in evidenza tendenze, diseguaglianze territoriali e le implicazioni per politiche di formazione e qualità dell’occupazione.
Crescita quantitativa e distribuzione territoriale
Tra il 2010 e il 2019 il numero di nuove assunzioni legate a mansioni con componente ambientale è passato da circa 40 mila a circa 56 mila. Questa espansione è stata particolarmente marcata nelle professioni con maggiore intensità green. Se il Nord continua a detenere il primato per volume complessivo di assunzioni, le posizioni caratterizzate da un contenuto ambientale più alto sono risultate più frequenti nel Mezzogiorno e nelle Isole, con una presenza significativa nel settore manifatturiero e tra lavoratori di sesso maschile con livelli di istruzione medio-bassi.
Chi sono i lavoratori coinvolti
I dati mostrano che molti dei ruoli emergenti con compiti ambientali non richiedono alte specializzazioni: si tratta spesso di mansioni operativi o tecnici che integrano competenze green in ambiti tradizionali. Questa composizione professionale segnala una diffusione del lavoro verde soprattutto verso fasce del mercato del lavoro meno qualificate, invece che verso una broad-based upskilling che coinvolga il livello intermedio della forza lavoro.
Il nodo della qualità contrattuale
Il risultato più problematico dello studio riguarda la stabilità dei rapporti di lavoro: all’aumentare della componente ambientale delle mansioni diminuisce la probabilità che la nuova assunzione sia un contratto a tempo indeterminato. Anche dopo avere controllato per età, settore di attività e area geografica, la differenza di accesso a contratti stabili tra occupazioni ad alta intensità green e quelle non green si attesta in una forbice di circa 2–3 punti percentuali.
In termini pratici, la crescita numerica dei green jobs non si traduce automaticamente in migliore sicurezza contrattuale per i lavoratori coinvolti.
Implicazioni per il mercato del lavoro
Questo fenomeno crea una sorta di biforcazione: da un lato si osserva una quota limitata di lavori green altamente qualificati, dall’altro una diffusione di mansioni a bassa specializzazione caratterizzate da maggiore precarietà. Senza interventi mirati su formazione e qualità del lavoro, la transizione ecologica rischia di consolidare segmenti occupazionali fragili piuttosto che rafforzare la classe media professionale, aumentando così il rischio di disuguaglianze sociali e territoriali.
Approccio metodologico e significato dei risultati
La ricerca adotta un metodo innovativo basato sulle task, cioè sulle singole mansioni che compongono una professione, superando i limiti delle classificazioni sector- o job-title-based.
Analizzando oltre 9.300 attività lavorative presenti nella Rilevazione campionaria sulle professioni dell’INAPP, gli autori hanno identificato 204 mansioni riconducibili a competenze green distribuite in 84 professioni. Questi elementi sono stati messi in relazione con le comunicazioni obbligatorie sui contratti di lavoro attivati in Italia tra il 2010 e il 2019, consentendo una valutazione precisa della qualità contrattuale delle nuove assunzioni.
Il valore aggiunto dell’approccio task-based è la capacità di cogliere come le competenze ambientali si inseriscano trasversalmente in occupazioni esistenti, rivelando pattern occupazionali non evidenti con metodologie tradizionali. Questo permette di disegnare politiche del lavoro più mirate, basate sulle reali attività svolte dai lavoratori e non solo sulle etichette professionali.
I risultati indicano che la promozione dei green jobs deve andare di pari passo con misure per migliorare la qualità dell’occupazione: programmi di formazione per riallineare competenze, incentivi per contratti stabili e interventi specifici nelle aree meno sviluppate sono passaggi necessari.
Solo così la transizione ecologica potrà diventare non solo sostenibile dal punto di vista ambientale, ma anche equa sul piano del mercato del lavoro, evitando che il progresso tecnologico finisca per consolidare forme di precarietà già presenti.

