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Gestire le identità degli agenti AI in azienda con governance e standard aperti

Una panoramica sulle sfide di sicurezza, fiducia e controllo legate alle identità degli agenti AI e sulle pratiche consigliate da Okta

Gestire le identità degli agenti AI in azienda con governance e standard aperti

La diffusione di AI nelle imprese sta trasformando non solo i processi, ma anche il modo in cui dobbiamo pensare all’identità. Quando un sistema automatizzato agisce per conto di una persona, di un servizio o di un’applicazione, esso richiede credenziali, permessi e responsabilità chiaramente definiti. Secondo interlocutori del settore, tra cui Okta e il suo CISO EMEA Stephen McDermid, il punto di partenza non è solo tecnologico ma organizzativo: senza una mappatura e una governance adeguata, l’adozione dell’AI rischia di creare nuovi vettori di rischio e perdite di controllo.

Prima ancora di implementare policy complesse, molte aziende devono compiere un passo semplice ma cruciale: capire dove e come l’AI viene già utilizzata. La fase di scoperta permette di identificare strumenti non ufficiali, workflow shadow e integrazioni non autorizzate che possono compromettere dati sensibili.

Senza questa visibilità iniziale le organizzazioni finiscono per rincorrere problemi che si sarebbero potuti prevenire, ripetendo errori simili a quelli vissuti con l’adozione precoce del cloud.

Perché considerare gli agenti AI come identità

Il principio chiave proposto da aziende come Okta è semplice: un agente che agisce in autonomia ha bisogno di un’identità tanto quanto un dipendente. Questo approccio significa applicare le stesse regole di governance usate per gli utenti umani—definire permessi, limitare accessi ai dati, documentare la proprietà e stabilire processi di validazione. La responsabilità non è delegabile al solo codice; serve un referente aziendale che assuma la gestione continua di ogni agente e ne valuti impatti e rischi.

Creazione, operatività e dismissione

La gestione dell’identità di un agente deve coprire l’intero ciclo di vita: dalla creazione con permessi minimi necessari, al monitoraggio in produzione, fino alla dismissione sicura.

In questo contesto è fondamentale tracciare le azioni degli agenti in tempo reale, rilevare comportamenti anomali e intervenire automaticamente quando un’operazione esula dalle policy. La complessità sale con i agentic workflows, in cui più agenti interagiscono e scambiano dati tra sistemi diversi, creando traffico laterale (east-west traffic) che i controlli tradizionali potrebbero non intercettare.

Visibilità, standard aperti e differenze geografiche

La regione influenza frequentemente la strategia: in Europa la sensibilità su conformità e sovranità dei dati spinge per approcci più cauti, mentre in altri mercati l’appetito al rischio può accelerare l’adozione. La trasparenza nelle pratiche di trattamento dei dati è una leva per superare resistenze: iniziative come il Secure Identity Commitment di Okta mirano proprio a chiarire come vengono gestiti accessi e sedi dei dati.

Parallelamente, affrontare il futuro richiede architetture basate su standard aperti che favoriscano interoperabilità e riducano il rischio di vendor lock-in.

Perché gli standard contano

Strutturare soluzioni su standard aperti permette di adattarsi a evoluzioni tecnologiche impreviste e di orchestrare decisioni di sicurezza in tempo reale tra diversi fornitori. Questo approccio facilita l’integrazione di strumenti di autenticazione, monitoraggio e risposta automatica, garantendo che segnali di minaccia possano essere condivisi e tradotti in contromisure immediate. La scelta di standard non ideali o proprietari può invece impedire la scalabilità delle difese e aggravare i costi operativi.

Minacce, intelligence e necessità di collaborazione

Il panorama delle minacce privilegia gli attacchi basati sull’identità: oggi circa 86% delle violazioni coinvolge vettori legati a credenziali e accessi.

Compromettere l’infrastruttura di identità offre agli avversari una via rapida verso risorse multiple. Per questo è indispensabile adottare difese che funzionino a machine speed, cioè automatizzare rilevamento e risposta attraverso integrazioni tra applicazioni, repository dati e infrastrutture cloud.

La difesa efficace pretende anche che i difensori cooperino tanto quanto gli attaccanti: condividere indicatori di compromissione, tattiche e pattern di attacco tra vendor, forze dell’ordine e centri di condivisione settore-specifici (ISAC) eleva il livello di protezione collettiva. Team di threat intelligence di piattaforme di identità, come quelli di Okta, pubblicano analisi e avvisi che aiutano sia i clienti diretti sia la comunità a tradurre informazioni in contromisure.

In sintesi, governare le identità degli agenti AI significa combinare visibilità, lifecycle management, standard aperti e condivisione di intelligence. Solo così le imprese possono sfruttare i benefici dell’AI riducendo al minimo rischi di perdita di controllo, fuga di dati o abuso di privilegi. La sfida è organizzativa e tecnica insieme: chi guida l’adozione deve mettere in campo policy chiare, responsabilità definite e strumenti interoperabili.

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Scritto da Roberto Conti

Venti anni a vendere case che costano quanto un appartamento normale in altre città. Ha visto famiglie fare fortuna e altre perdere tutto nel mattone. Conosce ogni trucco degli annunci immobiliari e ogni clausola nascosta nei contratti. Quando analizza il mercato immobiliare, lo fa da chi ha firmato centinaia di rogiti, non da chi legge i report delle agenzie.

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