Il dibattito italiano sulla protezione dei minori nell’ambiente digitale resta frammentato nonostante anni di annunci. In Parlamento sono già passate iniziative e proposte che puntano a regolamentare l’accesso dei giovani ai social network, ma molte ipotesi di legge non hanno trovato ancora una via d’uscita pratica. Sullo sfondo, paesi come Australia e Indonesia hanno messo in campo norme stringenti, mentre in altri casi i tribunali, soprattutto negli Stati Uniti, hanno influito sul dibattito con sentenze rilevanti.
La situazione italiana è segnata da un’alternanza di annunci pubblici e stalli procedurali: la prima proposta del partito Azione risale al 2026, mentre nel 2026 il Partito democratico e Fratelli d’Italia hanno depositato una nuova iniziativa firmata rispettivamente da Marianna Madia e Lavinia Mennuni.
Il cosiddetto ddl Social (disegno di legge n. 1136, disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale) è stato presentato lo scorso ottobre con la senatrice Mennuni come promotrice, ma si è poi incagliato per ragioni non del tutto spiegate.
Perché l’iter italiano è rallentato
La politica ha moltiplicato gli annunci: maggioranza e opposizione hanno presentato testi diversi, ma senza un consenso operativo. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha riferito che il blocco dipenderebbe da questioni legate alla privacy, rinviando implicitamente la responsabilità al Garante per la protezione dei dati personali. L’Autorità ha tuttavia pubblicato una risposta che ricostruisce l’iter: il Governo avrebbe coinvolto il Garante tra agosto e i primi di settembre per affrontare criticità sul profilo della protezione dati; il nuovo testo, presentato dal relatore il 24 settembre 2026, avrebbe recepito le indicazioni dell’Autorità, ma l’esame in Commissione è fermo al 21 ottobre 2026 per motivi che il Garante stessa dichiara di non conoscere.
Il ruolo del Garante e le obiezioni
Secondo l’Autorità, l’obiettivo è stato quello di armonizzare le norme con i principi di tutela dei dati personali: in concreto si è trattato di introdurre meccanismi di verifica anagrafica compatibili con le garanzie di riservatezza. Allo stesso tempo, nuove proposte continuano ad affiorare: l’ultima arriva da Noi Moderati, promossa da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, che propone regole più chiare e un sistema di responsabilità per le piattaforme. Il nodo resta trovare soluzioni tecniche ed efficaci per il controllo dell’età senza violare il diritto alla privacy.
Le misure che già operano oltre confine
All’estero le iniziative sono concrete e spesso caratterizzate da strumenti sanzionatori: l’Australia è stata la prima a vietare l’accesso alle principali piattaforme ai minorenni sotto i 16 anni, con una legge entrata in vigore a dicembre.
A distanza di tre mesi le piattaforme hanno disattivato oltre 5 milioni di account aperti da minori, ma una quota significativa di bambini continua a utilizzare servizi come Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube. Il governo australiano, per bocca della ministra Anika Wells, ha avvertito che le aziende dovranno rispettare le regole o affrontare sanzioni che potrebbero arrivare fino a 49,5 milioni di dollari australiani (circa 29,5 milioni di euro), da definire entro metà anno.
Indonesia e sanzioni mirate
L’Indonesia ha introdotto un divieto simile per tutti gli under 16, operativo dal 28 marzo, che riguarda circa 70 milioni di utenti su una popolazione di 284 milioni. Le autorità hanno inviato lettere a grandi fornitori come Google e Meta per segnalare violazioni, e la ministra Meutya Hafid ha sottolineato che non ci sarà spazio per compromessi, invitando le piattaforme a collaborare con il governo.
Il paese motiva la misura con l’elevata attività online della popolazione, citando una media di 7-8 ore di uso di internet al giorno.
Europa e Stati Uniti: approcci diversi ma convergenti
In Europa si moltiplicano i fronti legislativi: l’Austria annuncia un disegno di legge entro giugno che non si limiterà all’età ma includerà regole per le piattaforme e iniziative di alfabetizzazione mediatica, come annunciato dal vice cancelliere Andreas Babler. La Spagna prepara un divieto sotto i 16 anni, la Germania punta a limitare l’uso per gli under 16 e vietare l’accesso ai minori di 14 anni, e anche il Regno Unito valuta misure simili. In Francia è stato approvato un testo che vieta l’accesso ai social ai minori di 15 anni: la legge attende il semaforo verde del Senato e, se confermata, dovrebbe entrare in vigore all’inizio del prossimo anno scolastico.
La pressione giudiziaria dagli Stati Uniti
Negli Stati Uniti cause civili hanno aggiunto pressione sulle big tech: una giuria di Los Angeles, composta da sette donne e cinque uomini, ha condannato Meta e Google (YouTube) a un risarcimento di 3 milioni di dollari in favore di una donna che sosteneva di essere diventata dipendente dai social fin dall’età di sei anni; il 70% dell’importo è stato attribuito a Meta. Poche ore prima Meta aveva ricevuto una sentenza in New Mexico che la obbliga a pagare 375 milioni di dollari a un gruppo di teenager. Entrambe le aziende hanno annunciato ricorso, ma le sentenze contribuiscono a ridefinire i confini della responsabilità piattaforme.
La lezione per l’Italia è duplice: servono norme chiare e strumenti tecnici concreti, ma anche investimenti in alfabetizzazione digitale e meccanismi di enforcement efficaci. Senza queste componenti, il rischio è che la discussione pubblica resti un confronto di annunci, mentre altri sistemi paiono già sperimentare approcci pratici, sanzioni e persino vie giudiziarie che impattano sul modello di business delle piattaforme.

