La verifica dell’identità delle imprese è spesso onerosa e ripetitiva: molte aziende devono fornire più volte gli stessi documenti per aprire conti, partecipare a marketplace o ottenere servizi professionali. Di fronte a questa realtà, una coalizione guidata dal Centre for Finance, Innovation and Technology (CFIT) ha messo a punto un percorso praticabile per una identità aziendale digitale riutilizzabile, dimostrando con un prototipo che l’idea è realizzabile. L’iniziativa ha riunito banche, operatori tecnologici, studi legali e organismi di standard per costruire elementi tecnici e normativi che possano reggere l’adozione su vasta scala.
Il lavoro concentra l’attenzione su come ridurre la frizione nei processi di onboarding e su come contrastare la frode aziendale, un fenomeno in crescita: secondo i dati di settore si sono registrati oltre 2 milioni di episodi nella prima metà del 2026, con un aumento anno su anno del 17%.
Il prototipo e il quadro di governance prodotti dalla coalizione puntano a rendere le verifiche più rapide e affidabili, permettendo a creditori, piattaforme e pubblica amministrazione di accettare credenziali verificate da terze parti secondo regole condivise.
Le inefficienze attuali e l’urgenza di intervenire
Oggi molte imprese vivono un circolo vizioso: la stessa documentazione viene richiesta più volte a operatori diversi, con costi amministrativi e ritardi nell’accesso ai servizi. Questa ripetizione favorisce errori, aumenta la probabilità di esposizione a tentativi di spoofing e rende più difficile l’identificazione di attacchi sistemici. L’adozione di una identità riutilizzabile per le aziende mira a interrompere questo processo, offrendo un meccanismo in cui credenziali controllate possono essere emesse, aggiornate e riconosciute senza che l’impresa debba ripetere la medesima verifica più volte.
Costi, responsabilità e punti critici
Qualunque modello operativo richiede scelte chiare su chi verifica cosa, chi paga e come vengono allocate responsabilità e responsabilità legale. La coalizione ha analizzato diversi modelli commerciali per determinare se i servizi possano essere offerti da provider specializzati, come i cosiddetti Digital Verification Service, e quale schema di pricing possa risultare sostenibile. La disponibilità a pagare è un segnale positivo: oltre l’80% delle PMI è disposto a sostenere un costo per una identità aziendale digitale che riduca tempi e rischi.
Cosa è stato costruito: prototipo, casi d’uso e governance
Il progetto ha prodotto un prototipo interoperabile che dimostra come credenziali emesse in un contesto possano essere riconosciute in altri, se esistono standard condivisi. Le working group, guidate da UK Finance, Smart Data and Technology Alliance, Select ID, A&O Shearman e Skadden, hanno lavorato con partecipanti come Barclays, LexisNexis Risk Solutions, Mastercard, Monzo e TransUnion, oltre a partner tecnici e legali come GLEIF, Daon, Yoti e OneID.
I casi prioritari includevano l’onboarding nei servizi finanziari, la verifica dei fornitori, il controllo delle identità nei marketplace e la rendicontazione verso la pubblica amministrazione.
Elementi chiave del prototipo
Il prototipo integra componenti di verifica, emissione di credenziali e meccanismi di fiducia che permettono a un’entità emittente di attestare informazioni aziendali, mentre i relying parties possono valutarne l’affidabilità secondo regole comuni. Il lavoro ha prodotto anche un quadro di governance che definisce ruoli, obblighi di controllo e requisiti di conformità per emittenti e verificatori, insieme a una valutazione dei possibili modelli economici per sostenere l’infrastruttura.
Passi successivi: implementazione e orchestrazione di mercato
Con le basi tecniche e regolamentari delineate, il progetto si prepara a passare dalla dimostrazione alla realizzazione.
La City of London Corporation assumerà il ruolo di coordinamento per muovere verso un modello di orchestrazione guidato dal mercato, mentre CFIT manterrà il monitoraggio strategico e il supporto consulenziale. La transizione richiederà di affrontare aspetti pratici come interoperabilità a livello settoriale, governance dei dati e gestione della responsabilità legale quando più parti si affidano alle stesse credenziali.
Implicazioni per imprese e operatori
Se implementato su scala, il sistema potrebbe ridurre significativamente la burocrazia, abbassare i costi di conformità e rendere più efficaci le misure antifrode per banche e piattaforme digitali. Allo stesso tempo, serviranno regole chiare su pricing, audit periodici e meccanismi di ricorso per le imprese che contestano verifiche errate. Il successo dipenderà dalla capacità del mercato di adottare standard comuni e di far crescere un ecosistema di fornitori di verifica credibili e sostenibili.
In sintesi, la coalizione ha trasformato un’idea strategica in un set concreto di strumenti tecnici e normativi, consegnando un prototipo che mostra la fattibilità di una Digital Company ID per il regno unito. Ora la sfida è industrializzare il modello: la collaborazione tra pubblico e privato, unita a scelte chiare su governance e mercato, determinerà se questa infrastruttura diventerà una componente stabile dell’ecosistema digitale delle imprese.

