Negli ultimi anni l’espansione dell’intelligenza artificiale ha spinto la costruzione di grandi infrastrutture di calcolo: i data center. Queste strutture non consumano solo molta energia, ma rilasciano anche calore che si accumula nel territorio. Un’analisi su migliaia di impianti mette in luce un fenomeno concreto: la temperatura superficiale del terreno attorno a certi centri cresce in modo misurabile, trasformando aree prima temperate in vere e proprie isole di calore antropogeniche. Questo effetto interessa il suolo più che l’aria e si estende ben oltre le mura degli edifici.
Lo studio coordinato dall’Università di Cambridge ha mappato oltre 8.400 hyperscaler e ha incrociato i dati con rilevazioni satellitari su un arco temporale di circa venti anni. I risultati documentano aumenti medi della temperatura superficiale del terreno di circa 2°C dopo l’attivazione di un impianto, con punte che arrivano a 9,1°C nei casi estremi.
L’area d’effetto può estendersi fino a 10 km e mantiene una quota significativa di riscaldamento anche a distanza. Secondo le stime citate, circa 340 milioni di persone vivono già in zone influenzate da queste bolle termiche.
Cause possibili e interpretazioni
Il riscaldamento osservato può avere origini diverse. Una componente deriva dal calore di scarto dei server e dei sistemi di raffreddamento necessari per mantenere operativi i processori, mentre un’altra potrebbe dipendere dall’interazione tra gli edifici e la radiazione solare, un fenomeno noto come isola di calore urbana. Andrea Marinoni e il suo team hanno evidenziato il legame tra attività di calcolo e aumento della temperatura del suolo, ma lo studio non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria.
Esperti come Ralph Hintemann e Chris Preist richiamano l’attenzione sulla necessità di separare l’effetto termico prodotto dall’hardware da quello dovuto all’involucro edilizio e all’uso del suolo.
Un esempio su larga scala
Per comprendere la scala del fenomeno basta pensare a impianti pianificati con capacità enormi: il progetto noto come Hyperion di Meta, con una capacità di calcolo prevista intorno a 5 gigawatt, presenterebbe una domanda energetica paragonabile a molte centrali tradizionali. Se strutture di questa portata confermano gli effetti già riscontrati in hub come il Bajío in Messico o l’Aragòna in Spagna, dove si sono registrati aumenti di circa 2°C tra il 2004 e il 2026, l’impatto locale sul microclima può diventare molto rilevante per la popolazione e per gli ecosistemi locali.
Implicazioni ambientali e sociali
L’effetto termico dei data center si aggiunge ad altri impatti già noti: emissioni legate alla produzione di energia, consumo idrico per la refrigerazione e pressioni sulla rete elettrica. Il riscaldamento del suolo può aggravare ondate di calore, aumentare il rischio sanitario per fasce vulnerabili e modificare dinamiche agroecologiche locali. Studi e osservatori segnalano che senza una progettazione attenta e regole di mitigazione questi fenomeni potrebbero intensificarsi, soprattutto considerando proiezioni di crescita: secondo alcuni report di settore la capacità globale dei centri dati potrebbe raddoppiare tra il 2026 e il 2030, con l’AI che assorbirà una quota consistente della domanda.
Strategie di mitigazione e progettazione
Per limitare l’effetto termico servono interventi su più livelli: migliorare l’efficienza dei server, adottare sistemi di raffreddamento che recuperino il calore (per esempio per il teleriscaldamento), ripensare la collocazione degli impianti rispetto ai tessuti urbani e creare buffer verdi attorno alle strutture.
Politiche e normative possono incentivare soluzioni che non si limitino a disperdere il calore nell’ambiente, ma che lo valorizzino. Come sottolineano gli autori dello studio, la cura nella progettazione dei nuovi impianti è essenziale per evitare che il progresso digitale si traduca in costi ambientali e sociali elevati.

