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Crisi interna al movimento MAGA dopo le richieste di rimozione di Candace Owens

Candace Owens e altre voci conservatrici sollevano l'ipotesi di rimozione presidenziale, aprendo una frattura profonda nell'ecosistema mediatico MAGA

Crisi interna al movimento MAGA dopo le richieste di rimozione di Candace Owens

Negli ultimi anni Candace Owens ha costruito un seguito solido all’interno della galassia MAGA, ma la sua recente presa di posizione segna una rottura netta con il passato. Su X Owens ha invocato il 25° emendamento, il meccanismo costituzionale pensato per rimuovere un presidente incapace di esercitare il proprio mandato, affermando che la situazione è ormai oltre qualsiasi limite di sicurezza e buon senso. Questa richiesta non è isolata: è il segnale più visibile di una contestazione interna che coinvolge nomi noti del conservatorismo mediatico.

La scintilla della frattura è arrivata dopo che il presidente ha pubblicato messaggi che minacciavano di annientare una “intera civiltà” in Iran, frase che ha provocato reazioni durissime persino fra alleati storici. Figure come Marjorie Taylor Greene, Alex Jones e altre personalità emerse dalla rete hanno espresso condanne e, in qualche caso, chiesto apertamente l’applicazione del 25° emendamento.

Commenti forti e label provocatorie, che un tempo avrebbero rafforzato un fronte comune, ora alimentano una spaccatura mediatica difficile da ricomporre.

Le richieste di rimozione e le reazioni pubbliche

La richiesta di Owens per il 25° emendamento è stata solo l’inizio di una serie di attacchi pubblici e appelli istituzionali. Oltre a lei, la deputata Marjorie Taylor Greene ha definito le azioni presidenziali in Iran come “malvagità e follia”, mentre il complottista Alex Jones ha ribadito la sua posizione critica in onda. Anche ospiti e commentatori che avevano ospitato il presidente in passato, come il comico Theo Von sul suo podcast, hanno usato toni duri, accusando Stati Uniti e Israele di comportamenti inaccettabili. Perfino voci che si erano contrapposte al liberal mainstream, come Tucker Carlson, hanno manifestato disgusto per i post pubblicati su Truth, arrivando a dichiarare che gli atti erano moralmente riprovevoli.

Segnali di disgregazione nella base

Questa ondata di critiche ha trasformato dissenso in crisi politica: il fronte mediatico MAGA non appare più coeso. Alcuni membri della coalizione hanno reagito chiedendo controlli interni e persino un intervento del Dipartimento di Giustizia per verificare rapporti economici e influenze straniere su influencer e opinionisti. Le accuse di operazioni di disinformazione o finanziamenti non dichiarati hanno spostato il dibattito dall’opportunità politica alle questioni legali e di integrità mediatica, scatenando ulteriori divisioni tra chi difende la libertà degli influencer e chi invoca verifiche rigorose.

Accuse di ingerenza e richieste di indagine

Tra le figure che hanno sollevato sospetti c’è la provocatoria attivista Laura Loomer, che ha bollato i post critici come una potenziale “operazione di influenza straniera”.

Owens ha respinto tali insinuazioni dicendo che il Dipartimento di Giustizia può indagare quanto vuole senza trovare nulla. Anche Jack Posobiec e l’ex collaboratore di Turning Point USA, Benny Johnson, hanno espresso appoggio a verifiche più ampie. Sullo sfondo resta la memoria delle indagini passate, come quella che nel 2026 aveva portato ad affermare che la società Tenet aveva ricevuto finanziamenti dal network RT; Johnson ha negato qualsiasi consapevolezza di finanziamenti stranieri verso le produzioni con cui era coinvolto.

Il rischio di delegittimazione reciproca

Le accuse incrociate rischiano di delegittimare figure chiave del movimento: la retorica sulle indagini può trasformarsi in arma di delegittimazione reciproca, allontanando il pubblico e complicando ogni strategia comune. In questo contesto, la fiducia tra creator, politici e istituzioni si rivela più fragile di quanto apparisse, e ogni passo comunicativo diventa anche un calcolo politico su chi resterà influente e chi verrà emarginato dalla narrazione dominante.

La risposta presidenziale e lo slittamento dei rapporti con i creator

La reazione del presidente non si è fatta attendere: in un lungo comunicato pubblicato su Truth ha attaccato direttamente standard-bearers della destra mediatica, definendo alcuni commentatori come “piantagrane squilibrati” in cerca di pubblico e accusandoli di avere un “basso quoziente intellettivo“. Il linguaggio usato ha tracciato un solco netto, mettendo in luce che le relazioni tra la Casa Bianca e i creator non sono più quelle di una volta. Nel secondo mandato il governo aveva più volte collaborato con influencer per amplificare messaggi, e il Pentagono aveva persino riassegnato accessi stampa in favore di creator come Laura Loomer e Cam Higby.

Comunicazione selettiva e isolamento

Secondo una fonte che ha parlato con Wired US e conosce i rapporti tra governo e influencer, l’amministrazione non ha coinvolto i creator nella comunicazione relativa al conflitto con l’Iran, suggerendo una scelta deliberata: evitare un fronte online potenzialmente critico. La fonte ha sintetizzato la situazione dicendo che “la destra online non era favorevole e non c’era nulla che potesse cambiare la situazione“, e che per molti il massimo ottenibile era il silenzio. Questo isolamento operativo rischia di ridefinire i rapporti di forza all’interno della coalizione e di accelerare la frammentazione del suo ecosistema mediatico.

La vicenda mostra come il rapporto tra potere politico e popolarità digitale sia instabile e condizionato da crisi esterne e da calcoli interni. La rottura tra Candace Owens e l’ala più tradizionale del movimento MAGA lascia aperti interrogativi sul futuro della narrativa conservatrice online e sulle strategie comunicative del potere. L’articolo è stato pubblicato originariamente su Wired US.

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Scritto da Nicola Trevisan

Gaming journalist, 9 anni. Recensioni videogiochi, esport e tech.

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