Negli ultimi giorni la meningite è tornata al centro dell’attenzione dopo la morte di una donna di 51 anni a Pescara. I dati dell’Istituto superiore di Sanità, che coprono il triennio 2026-2026, mostrano che nel 2026 sono stati segnalati 115 casi legati ai ceppi di meningococco B e C. Pur trattandosi di un numero che ha attirato l’interesse pubblico, il quadro epidemiologico nazionale rimane, nel complesso, inferiore alla media europea: la criticità principale è piuttosto legata alle disomogenee coperture vaccinali tra le diverse regioni.
I numeri italiani e cosa significano
Il report di sorveglianza dell’ISS evidenzia un incremento rispetto al 2026, quando furono registrati 57 casi, ma occorre leggere i valori in termini di incidenza per 100mila abitanti per capire la portata reale del fenomeno.
Nel 2026 l’incidenza nazionale è stata intorno a 0,2 casi ogni 100mila abitanti, un valore che resta distante da molte nazioni europee. Sempre secondo i dati ufficiali, il 2026 aveva visto 85 casi in valore assoluto e un’incidenza pari a 0,1 per 100mila, mentre la media europea si attesta attorno a 0,4: questi confronti mettono in prospettiva l’aumento registrato nel 2026.
Distribuzione regionale
La mappa regionale mostra differenze anche nette. Il Molise, con soli 2 casi, ha avuto l’incidenza più alta del paese (0,69 ogni 100mila), seguito dall’Umbria (0,59). Altre regioni, come la Basilicata e la Valle d’Aosta, non hanno segnalato episodi nel periodo considerato. Queste oscillazioni dipendono sia dalla dimensione della popolazione sia da fattori organizzativi locali: in territori con pochi abitanti anche pochi casi possono tradursi in valori di incidenza apparentemente elevati, mentre regioni più popolose possono mostrare numeri assoluti più alti ma incidenze più contenute.
Confronto con l’Europa e il focolaio nel Regno Unito
Per valutare la gravità della situazione italiana è utile guardare ai dati dell’ECDC. Nel 2026 paesi come Irlanda e Francia riportarono un’incidenza di 0,8 casi ogni 100mila, cioè il doppio della media europea. L’Italia si collocava sotto la media, ma nel 2026 l’aumento a 115 casi ha spinto l’attenzione pubblica. Parallelamente, le autorità europee hanno monitorato un focolaio nel Regno Unito: l’ECDC ha riportato che tra il 9 e il 26 marzo sono stati 23 i casi e 2 i decessi collegati, con aggiornamenti al 27 marzo. La BBC ha successivamente indicato fino a 29 casi confermati, mentre la UK Health Security Agency ha valutato che il picco fosse già passato.
Il meccanismo di sorveglianza
Nel caso del focolaio britannico è stato sottolineato il concetto di periodo di incubazione: per valutare la fine di un focolaio si considera un arco temporale pari a due volte il periodo di incubazione senza nuovi casi. Per il cluster in questione il periodo di incubazione stimato era di 10 giorni, elemento che ha guidato le valutazioni delle autorità sanitarie su quando ritenere spento il focolaio.
Coperture vaccinali: il vero nodo
In Italia i vaccini contro il meningococco B e il meningococco C non sono obbligatori, ma i Livelli essenziali di assistenza (LEA) fissano al 90% l’obiettivo di copertura. La fotografia per la coorte di nascita 2026 a 24 mesi mostra grandi disparità: solo il Veneto (91,37%) e la Lombardia (90,66%) raggiungono la soglia raccomandata.
Al contrario, regioni come la Campania segnano valori intorno al 50,26% per il meningococco B mentre l’Alto Adige si attesta sul 56,21%: numeri che lasciano ampi spazi di miglioramento.
Differenze per il meningococco C e fattori organizzativi
Il quadro è ancora più preoccupante per il meningococco C in alcune aree: in Alto Adige, ad esempio, tra i più di 5mila bambini nati nel 2026 non risultano vaccinazioni per questo ceppo; Molise, Campania e Sicilia riportano percentuali molto basse (rispettivamente 0,37%, 0,53% e 4,81%). Secondo Fabrizio Pregliasco, professore di Igiene, le disuguaglianze dipendono soprattutto dalla promozione e dall’organizzazione dell’offerta vaccinale a livello regionale e dalla diversa capacità di penetrazione dei messaggi sanitari nelle comunità locali.
In conclusione, pur non trovandoci davanti a un’emergenza epidemiologica paragonabile ad alcuni focolai esteri, la situazione italiana mette in luce un punto fermo: la prevenzione attraverso la vaccinazione rimane il principale strumento di controllo. Migliorare la copertura vaccinale e armonizzare le pratiche di offerta sul territorio sono interventi su cui puntare per ridurre ulteriormente il rischio di casi gravi e per proteggere la popolazione più vulnerabile.
