La presentazione di Search Party da parte di Ring, marchio in mano ad Amazon, ha innescato un dibattito che va ben oltre il semplice ritrovamento di animali domestici. Sebbene la funzione fosse venduta come uno strumento per localizzare cani smarriti tramite intelligenza artificiale, documenti interni emersi recentemente suggeriscono obiettivi più ambiziosi e controversi. Le reazioni del pubblico, culminate con la diffusione di uno spot durante il Super Bowl, hanno costretto l’azienda a rivedere piani e integrazioni, sollevando interrogativi su privacy, collaborazione con le forze dell’ordine e il possibile uso di videocamere private come nodo di una rete di sorveglianza.
Le email che hanno cambiato la narrazione
Una serie di comunicazioni interne diffuse da 404 Media ha rivelato che alcuni dirigenti di Ring consideravano Search Party una base tecnologica estendibile oltre gli animali domestici.
In una di queste email si legge l’idea di sfruttare lo stesso sistema per contribuire a «azzerare la criminalità» nei quartieri, un’affermazione che trasforma una funzione apparentemente inoffensiva in un’ipotesi di applicazione sulla popolazione. Queste rivelazioni hanno fatto capire che la tecnologia, sebbene pubblicizzata per scopi benigni, poteva essere declinata anche per il riconoscimento o l’individuazione di persone, generando un conflitto evidente con i diritti alla riservatezza e con la fiducia degli utenti.
Community Request e il rapporto con le autorità
Un altro elemento chiave è la funzionalità Community Request, già integrata nell’app Neighbors negli Stati Uniti, che consente alle forze dell’ordine di chiedere ai cittadini l’accesso ai video ripresi dai propri dispositivi.
Questa procedura non è nuova, ma le email indicano una volontà di rafforzare l’integrazione tra Ring e strumenti di polizia, nonché collaborazioni con fornitori esterni come Flock Safety. Per molti osservatori, la combinazione di request pubbliche, spot ad alto impatto mediatico e strumenti automatizzati ha avuto l’effetto di mostrare con chiarezza come una rete di videocamere possa essere trasformata in un sistema di sorveglianza più ampio.
Reazioni pubbliche e ritrattamenti aziendali
Lo spot trasmesso durante il Super Bowl ha fatto esplodere il dibattito: milioni di spettatori hanno compreso improvvisamente che le telecamere domestiche potevano, in teoria, essere usate per riconoscere movimenti e soggetti su scala di quartiere. Le proteste sono state dure, con utenti che in alcuni casi hanno distrutto i propri dispositivi in segno di protesta e politici che hanno alzato il livello di attenzione sulle pratiche di Amazon.
L’azienda ha quindi annunciato il dietrofront su alcuni piani di espansione della sorveglianza e sulla collaborazione prevista con Flock Safety, citando motivi tecnici ma senza poter ignorare l’enorme pressione mediatica e sociale.
Il caso mediatico dell’omicidio menzionato
Le stesse email riportano come, in occasione dell’omicidio dell’attivista Charlie Kirk, la rete di videocamere sia stata considerata una risorsa potenzialmente utile per trovare un presunto responsabile. Questo tipo di riferimento evidenzia il dilemma: anche quando l’intenzione è di ordine pubblico, l’uso diffuso di telecamere private e di tecnologie di riconoscimento solleva questioni etiche e di tutela dei dati che non possono essere ignorate.
Come difendere la propria privacy biometrica
Di fronte a scenari del genere, la protezione dei dati personali e biometrici diventa prioritaria.
Alcune pratiche tecniche e comportamentali possono ridurre i rischi: in primis, verificare che i sistemi biometrici usino storage locale (on-device) evitando il caricamento delle immagini o dei template biometrici su server esterni; prediligere prodotti che dichiarino esplicitamente l’uso di biometric hashing o tecniche di biometria cancellabile; e attivare soluzioni di autenticazione multimodale che affianchino la biometria a token fisici come chiavette FIDO2.
Misure pratiche per la smart home
Per la casa connessa è consigliabile creare una VLAN dedicata per i dispositivi IoT, isolarli dalla rete principale e aggiornare regolarmente firmware e password. Inoltre, evitare di condividere immagini ad alta risoluzione della propria iride o delle impronte sui social può sembrare precauzionale oggi, ma è un approccio sensato dato il valore crescente delle informazioni biometriche. Strumenti come image cloaking possono aiutare a ostacolare i sistemi di riconoscimento automatico che raccolgono dati dalle foto pubblicate online.
In definitiva, lo scoppio del caso Search Party ha messo in luce la fragilità del confine tra servizi utili e potenziali strumenti di sorveglianza. La lezione è duplice: le aziende devono essere più trasparenti sulle possibili estensioni d’uso delle loro tecnologie, e gli utenti devono adottare misure concrete per proteggere ciò che, a differenza di una password, non è mai realmente resettabile: i propri dati biometrici.
