Flash – studio globale su animali da compagnia e sostenibilità
Negli ultimi anni la comunità scientifica ha acceso l’attenzione sulla sostenibilità del consumo alimentare anche per gli animali da compagnia. Un’analisi guidata dal professor Andrew Knight indica che l’adozione diffusa di diete vegane o di alimenti a base di proteine microbiche per cani e gatti potrebbe ridurre l’uso di risorse naturali e migliorare la sicurezza alimentare globale. Lo studio sottolinea la possibilità di liberare risorse sufficienti a nutrire centinaia di milioni di persone.
I fatti
La ricerca combina dati demografici, modelli ambientali e indagini sull’accettazione dei proprietari. L’obiettivo è stimare il contributo dell’alimentazione degli animali domestici al consumo globale di prodotti di origine animale.
I risultati descrivono scenari plausibili di riduzione dell’impronta ambientale a seguito di una transizione verso opzioni alimentari a minore impatto.
Metodologia
Lo studio integra modelli ambientali con proiezioni demografiche e sondaggi sulla disponibilità dei proprietari a cambiare regime alimentare. Le analisi valutano sia l’impatto ambientale sia le implicazioni per la sicurezza alimentare globale. Viene inoltre considerata l’accettazione del mercato e i limiti tecnologici delle alternative proteiche.
Il peso dell’alimentazione degli animali domestici sul sistema alimentare
Lo studio indica che, fino al 2018, circa 9% degli animali terrestri allevati a livello mondiale veniva destinato all’alimentazione di cani e gatti. Il dato sottolinea la rilevanza della quota, nonostante gli esseri umani rimangano i maggiori consumatori di prodotti di origine animale.
La percentuale assume particolare rilievo se confrontata con il numero di animali da compagnia e le loro abitudini nutritive.
Implicazioni per produzione e domanda
La ricerca stima che, in media, un cane consumi circa 13 animali da allevamento all’anno. Tale consumo supera il valore medio attribuito a una singola persona nello stesso periodo, stimato in nove animali. L’analisi evidenzia come questa dinamica influisca sulla domanda di materie prime, sui flussi di produzione e sulla distribuzione delle risorse agricole.
Le alternative proteiche studiate presentano potenzialità di riduzione dell’impatto, ma restano vincolate dall’accettazione del mercato e dai limiti tecnologici già citati. Queste restrizioni condizionano i tempi e l’entità di eventuali riduzioni nella domanda di animali da allevamento per l’alimentazione degli animali domestici.
Confronti per ciclo di vita
A seguito dell’analisi sul peso dell’alimentazione degli animali domestici, emergono differenze marcate per il consumo cumulato nel tempo. La valutazione tiene conto dell’aspettativa di vita media, che incide sulle quantità consumate nell’arco esistenziale.
In media una persona consuma circa 680 animali da allevamento nel corso della vita. Per i cani la stima è di circa 162 animali. Per i gatti la stima è di circa 28 animali. Le differenze riflettono longevità medie distinte: 73 anni per gli umani, 12,69 anni per i cani e 11,18 anni per i gatti.
Impatto ambientale e potenziali risparmi
Le differenze nella longevità incidono sui risultati dello studio e determinano diverse responsabilità per il contributo ambientale tra esseri umani e animali domestici.
Secondo lo studio, la zootecnia è responsabile di circa il 20% delle emissioni globali annue di gas serra e occupa oltre un terzo delle superfici abitabili del pianeta. La porzione di queste pressioni attribuibile agli alimenti per animali domestici è rilevante: negli Stati Uniti le diete di cani e gatti possono incidere fino al 30% degli impatti legati all’agricoltura animale. In contesti come il Giappone, l’impronta ambientale di un singolo cane di taglia media può superare quella di una persona media.
La quota riconducibile agli alimenti per animali domestici rappresenta
Numeri sugli scenari di transizione
FLASH – Knight stima l’impatto globale di una transizione verso regimi vegani per cani e gatti.
Secondo l’autore, una tale transizione potrebbe evitare l’uccisione di fino a 7 miliardi di animali terrestri ogni anno. Si tratta di una stima riferita all’intero pianeta.
Lo studio indica inoltre che la sostituzione di ingredienti di origine animale con alternative potrebbe liberare terre e risorse energetiche equivalenti al fabbisogno alimentare di circa 519 milioni di persone. Questo valore corrisponde a circa il 6,8% della popolazione mondiale.
Knight paragona questi risparmi a estensioni territoriali e risorse nazionali. L’autore sostiene che si potrebbero liberare superfici superiori a quelle di paesi come Messico o Germania, ridurre emissioni maggiori di quelle di Regno Unito o Nuova Zelanda e risparmiare acqua dolce comparabile alle risorse annue di nazioni come Danimarca o Giordania.
Fattibilità, ricerca e mercato
La ricerca evidenzia una scarsa attenzione finanziaria allo sviluppo di alimenti vegani per animali domestici. I finanziamenti specifici per ricerca e promozione risultano limitati e ostacolano la diffusione delle alternative nutrizionali.
Secondo lo studio citato, gli stanziamenti ammontano a meno di 1 milione di dollari l’anno, pari a meno dello 0,5% del budget complessivo del movimento per la difesa degli animali stimato in 260 milioni di dollari. Knight rileva che questa sottovalutazione frena investimenti necessari in ricerca, comunicazione e politiche pubbliche.
I fatti del mercato
La sottovalutazione segnalata da Knight trova riscontro nelle dimensioni attuali del settore. si stimavano circa 528 milioni di cani e 476 milioni di gatti a livello globale. Il settore degli alimenti per animali domestici risultava valutato 324 miliardi di dollari, di cui il 45% riconducibile al cibo.
Proiezioni e implicazioni
Le proiezioni indicano che il mercato mondiale del pet food potrebbe quasi raddoppiare, raggiungendo 247,7 miliardi di dollari nel 2035. Il segmento vegano specifico è stimato arrivare a 57 miliardi di dollari nel 2034. Questi trend delineano opportunità economiche significative e aumentano le pressioni etiche e regolatorie sul settore.
Perché conta
La crescita prevista rende urgente un aumento degli investimenti in ricerca e comunicazione. Senza risorse adeguate, la transizione verso prodotti alternativi rischia di essere frammentaria. La mancanza di finanziamenti ostacola anche l’elaborazione di politiche pubbliche efficaci e standard nutrizionali condivisi.
La situazione si evolve rapidamente: gli sviluppi normativi e le decisioni degli investitori determineranno l’entità e la velocità dell’adozione di prodotti alternativi nel mercato globale.
Accettazione e salute degli animali
Proseguendo l’analisi del mercato, i sondaggi indicano che una quota di proprietari valuterebbe un cambiamento nella dieta degli animali. Il 13,4% dei proprietari di cani e il 18,2% di quelli di gatti hanno dichiarato disponibilità a passare a opzioni vegane se venisse garantita la conformità ai requisiti nutrizionali.
Per la ricerca clinica, all’inizio dell’anno sono stati pubblicati 12 studi su cani alimentati con regimi vegani o vegetariani. Undici di questi studi hanno documentato risultati paragonabili o migliori rispetto alle diete a base di carne, secondo le pubblicazioni citate.
La British Veterinary Association ha riconosciuto che è possibile nutrire i cani con una dieta vegetale purché venga assicurato un equilibrio nutrizionale adeguato e sia fornito supporto ai proprietari. Tale condizione resta centrale per l’adozione su larga scala di alternative alimentari per animali domestici.
La proposta di Knight sottolinea che le diete sostenibili per animali domestici costituiscono un’opportunità ad alto impatto per ridurre il consumo di animali da allevamento, mitigare i danni ambientali e rafforzare la sicurezza alimentare su scala globale. Il concetto di diete sostenibili per animali domestici si riferisce a regimi alimentari formulati per diminuire l’impronta ambientale senza compromettere il benessere animale. Per tradurre questo potenziale in pratica sono necessari investimenti mirati in innovazione, ricerca applicata e comunicazione, volti a superare le barriere di natura culturale e tecnica che ostacolano l’adozione su larga scala. Sul piano operativo, ciò richiede cooperazione tra istituzioni pubbliche, settore privato e comunità scientifica per finanziamenti, sperimentazione e campagne informative efficaci.

