La protezione dello spazio aereo dei Paesi membri della Nato è il risultato di una complessa macchina collettiva che unisce piattaforme navali, basi radar, velivoli e sistemi terrestri. In termini pratici, questo insieme prende il nome di IAMD, acronimo di Integrated air and missile defence, ed è pensato per fornire una sorveglianza continua e risposte rapide a minacce che vanno dai droni ai missili balistici.
Il modello Nato si basa su tre pilastri principali: il pattugliamento permanente dei cieli (air policing), la difesa specifica contro i missili balistici (BMD) e il meccanismo di rotazione degli armamenti e delle capacità tra gli alleati. Ciascun pilastro è sostenuto da infrastrutture, procedure e contributi volontari degli Stati membri.
Air policing: chi vigila il cielo
La funzione di air policing è la più visibile: aerei di sorveglianza, caccia e piattaforme AWACS pattugliano i corridoi aerei europei 24 ore su 24.
La missione, attiva dal periodo della Guerra fredda, è oggi integrata nell’architettura IAMD e vede in aria circa trenta velivoli in ogni momento, tra cui Gripen, Eurofighter, Mirage, P-8 Poseidon e F-16. Il controllo operativo passa dalla base di Ramstein, che coordina tre centri: Torrejón per il sud, Uedem per il nord-ovest e Bodø per l’Artico.
Come si prendono le decisioni operative
Questi centri monitorano decine di migliaia di movimenti aerei al giorno (circa 30.000) e decidono rapidamente quali assetti far decollare in caso di contatti non identificati, minacce drone o allerta radar. Esistono diverse missioni a rotazione che coprono aree dal Baltico al fianco est dell’Alleanza, includendo Balcani, Islanda e Benelux: questa rete garantisce una continuità di sorveglianza e una pronta risposta difensiva.
La difesa contro i missili balistici (BMD)
Il secondo asse del sistema IAMD è il BMD. La gestione del coordinamento della difesa antimissile Nato ha come fulcro operativo ancora la base di Ramstein, ma si basa su una rete distribuita che include siti radar e installazioni continentali. Tra questi figurano la base radar Usa di Kürecik in Turchia e le installazioni Aegis Ashore collocate in Romania e in Polonia, quest’ultima nota come Redzikowo, inaugurata a fine 2026 e situata a 250 chilometri dall’exclave russa di Kaliningrad.
Integrazione con assetti navali e la strategia Usa
Le basi Aegis si interfacciano anche con navi statunitensi e con porti strategici come quello di Rota in Spagna. Il progetto s’inserisce nel quadro più ampio del European Phased Adaptive Approach, iniziato sotto l’amministrazione Bush e sviluppato da Obama, che mira a fornire una difesa missilistica cooperativa in grado di contrastare minacce a corto e medio raggio.
Rotazioni, interoperabilità e il contributo italiano
Il terzo pilastro è il cosiddetto Rotational Model, che prevede lo spostamento periodico di aerei, sistemi terrestri e sensori tra Paesi alleati per addestrarsi insieme e aumentare l’interoperabilità. Esempi recenti includono grandi esercitazioni come la Formidable Shield, in cui sono stati impiegati assetti aerei e navali per simulare scenari di difesa aerea e antimissile con fuoco reale.
L’Italia riveste un ruolo rilevante: dispone del sistema SAMP/T, in dotazione al 4° Reggimento artiglieria contraerei “Peschiera”, e impiegato per proteggere aeroporti, porti e aree sensibili contro missili da crociera, velivoli e missili balistici tattici. Al momento le batterie disponibili sarebbero cinque, con una già inviata in Ucraina e rotazioni che coinvolgono i Balcani e i paesi baltici.
Recentemente si è parlato anche della possibilità di impiego nella difesa aerea del Golfo.
Innovazione e progetti europei
Sul fronte tecnologico l’industria italiana è attiva nello sviluppo di soluzioni di difesa integrate: Leonardo ha presentato a Roma il progetto Michelangelo Dome il 27 novembre scorso, un sistema pensato per creare una rete comune tra diversi assetti europei, automatizzare la scelta della risposta e impiegare l’intelligenza artificiale per decisioni in pochi secondi. L’obiettivo operativo è di iniziare a proteggere perimetri di sicurezza di 15 chilometri attorno a infrastrutture critiche già da quest’anno, con una fase successiva mirata al 2029.

