in

Brevetti green e competitività: perché l’Italia cresce ma deve fare il salto di scala

Lo studio 'Competitivi perché sostenibili' mostra come i brevetti verdi alimentino fatturato, export e qualificazione del capitale umano, ma evidenzia anche la necessità di investire di più in ricerca e trasferimento tecnologico

brevetti green e competitivita perche litalia cresce ma deve fare il salto di scala 1771388525

Fondazione Symbola e Unioncamere presentano un rapporto che rivela come la transizione verso un’economia sostenibile possa diventare una leva competitiva per le imprese. Il documento, intitolato Competitivi perché sostenibili e realizzato con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, analizza la diffusione dei brevetti classificati come green secondo i criteri OCSE. Il rapporto sostiene che l’adozione di tecnologie a basso impatto ambientale è collegata a maggiore produttività, crescita del fatturato e apertura sui mercati esteri.

L’analisi confronta dati europei e nazionali per individuare punti di forza e ritardi dell’Italia. Il rapporto mette in evidenza settori e aree geografiche dove l’innovazione sostenibile è già protetta da brevetti e dove invece occorre intensificare gli investimenti per trasformare l’innovazione in vantaggio competitivo riconoscibile sul mercato.

Posizione dell’Italia nei brevetti green in Europa

l’Unione europea ha concesso complessivamente 3.990 brevetti relativi all’ambiente. In valori assoluti guida la classifica la Germania con 1.632 titoli, seguita da Francia (729) e Italia (295), che risulta tra i primi Paesi per numero totale di brevetti. Tuttavia, ponderando i dati sulla popolazione emergono differenze significative nella diffusione dell’innovazione.

Interpretare i numeri

La densità di brevetti per abitante premia i Paesi nordici: Danimarca (36,8 per milione), Svezia (24,4) e Finlandia (19,8). Anche la Germania registra una elevata densità (19,6), mentre l’Austria raggiunge 15,9 per milione. L’Italia si colloca al decimo posto con 5,0 brevetti green per milione di abitanti, indicatore che riflette una capacità di innovazione ambientale meno concentrata rispetto ai leader europei.

I dati suggeriscono che il volume assoluto di titoli non corrisponde automaticamente a una maggiore penetrazione tecnologica nella popolazione. Differenze strutturali come dimensione del mercato domestico, capacità di trasferimento tecnologico e politiche pubbliche per la ricerca spiegano parte dello scostamento. Per le imprese italiane ciò implica che convertire i brevetti in vantaggio competitivo richiede investimenti mirati in trasferimento tecnologico e in reti di collaborazione tra università e industria.

Tra il 2019 e il 578.450 imprese italiane hanno effettuato eco-investimenti, pari al 38,7% del totale. Il dato indica una diffusione concreta della sostenibilità nel tessuto produttivo nazionale. Tuttavia, la conversione degli investimenti in domande di brevetto resta limitata. Ciò dipende in parte da una cultura industriale che non valorizza sistematicamente i risultati di ricerca e sviluppo e dalla carenza di strumenti di trasferimento tecnologico efficaci.

Settori, territori e ambiti tecnologici dove l’Italia è forte

La transizione dai capitali privati alle invenzioni brevettabili richiede reti stabili tra università e imprese e investimenti mirati nel trasferimento tecnologico. Questo passaggio è fondamentale per trasformare le eco-innovazioni in vantaggi competitivi misurabili.

Nel contesto italiano emergono punti di forza in settori manifatturieri avanzati, energie rinnovabili e tecnologie per l’efficienza energetica. In tali ambiti, le imprese che integrano ricerca interna e collaborazione esterna ottengono risultati più frequentemente convertibili in protezione della proprietà intellettuale.

Dal punto di vista territoriale, la capacità di valorizzare i risultati aumenta nelle aree con ecosistemi di ricerca consolidati e con presenza di poli tecnologici. Le regioni con università e centri di ricerca attivi facilitano la creazione di spin-off e la co-depositazione di brevetti tra mondo accademico e imprese.

Per incrementare la quota di brevetti derivanti da eco-investimenti risultano decisivi interventi pubblici e privati volti a potenziare la formazione manageriale sulla proprietà intellettuale, gli incentivi al trasferimento tecnologico e il finanziamento di progetti congiunti di R&S. Senza tali misure, il divario tra investimenti sostenibili e tutela brevettuale rischia di perdurare.

Distribuzione settoriale e geografica

In continuità con il quadro precedente, il settore manifatturiero rimane il principale generatore di innovazione verde in Italia, con il 59% delle domande di brevetto. Seguono la ricerca scientifica (18,8%), le telecomunicazioni e l’informatica (6,6%), il commercio all’ingrosso (3,5%) e le costruzioni (3,5%). Le regioni del Nord — Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte — guidano la produzione brevettuale grazie a una lunga tradizione industriale e alla capacità di convertire il know-how in soluzioni applicative.

Sul piano tecnologico emergono due direttrici prevalenti. La prima riguarda la digitalizzazione dei processi produttivi e la gestione efficiente delle risorse energetiche e ambientali, che rappresentano il 12,0% delle domande. La seconda interessa le tecnologie per il trattamento delle acque reflue e dei fanghi, pari al 6,5%. Si segnala inoltre una forte crescita delle tecnologie ICT per la mitigazione climatica, con un aumento del 270% nell’ultimo decennio.

Chi brevetta e perché conta

Le imprese detengono la maggioranza delle domande pubblicate, con il 81,9%. Le persone fisiche rappresentano il 12,9% e gli enti il 5,2%. Questo dato fotografa chi guida l’innovazione tecnologica nel paese.

Il possesso di brevetti è ormai considerato un indicatore finanziario. Istituti di credito e investitori includono la proprietà intellettuale nella valutazione del capitale aziendale.

Impatto dell’innovazione green sulla competitività aziendale

Lo studio evidenzia un divario marcato tra le imprese che depositano brevetti green e le altre. Le imprese green registrano performance economiche superiori, con un fatturato medio per impresa di 382 milioni di euro contro i 41 milioni delle non green. La produttività per addetto è più elevata nelle prime, mentre il contributo dell’export è significativo: il 57,8% delle imprese green esporta e genera oltre 63 miliardi di euro.

Il capitale umano risulta più qualificato nelle imprese green: il 29,7% dei dipendenti possiede un titolo universitario, di cui il 16,7% in discipline STEMplus. Tali imprese attraggono anche maggiori partecipazioni straniere, con il 41,9% che presenta investimenti esteri rispetto al 31,7% delle non green.

Prospettive e politiche necessarie

Per consolidare il vantaggio competitivo delle imprese green occorrono politiche mirate su più fronti. È necessario facilitare l’accesso al credito e strumenti finanziari dedicati all’innovazione sostenibile. Servono incentivi fiscali per la valorizzazione dei brevetti e per gli investimenti in ricerca e sviluppo. La formazione tecnica avanzata deve essere potenziata per aumentare la dotazione di competenze STEMplus nel tessuto produttivo. Infine, le politiche industriali devono sostenere la scalabilità delle tecnologie green verso i mercati esteri per moltiplicare il ritorno economico e occupazionale.

Per sostenere la scalabilità indicata nel paragrafo precedente, gli autori del rapporto e gli stakeholder richiamano l’urgenza di un salto di scala nella ricerca e di un maggiore sostegno alla brevettazione. Servono inoltre investimenti mirati nel trasferimento tecnologico per replicare modelli circolari e accelerare l’elettrificazione e lo sviluppo delle rinnovabili. La Banca centrale europea propone un mix di politiche che combini prezzi del carbonio, incentivi fiscali e interventi strutturali per rimuovere gli ostacoli alla diffusione di tecnologie alternative.

Il rischio economico è significativo se non si interviene con decisione. L’Ufficio parlamentare di bilancio avverte che, in assenza di misure efficaci, entro il 2050 gli impatti degli eventi climatici estremi potrebbero raggiungere il 5% del Pil nazionale, superando i 100 miliardi di euro annui. Per questo motivo la transizione ecologica è descritta come una strategia di difesa e rilancio dell’economia nazionale, con effetti attesi su occupazione, export e resilienza dei settori produttivi.

Collegato alla strategia di difesa e rilancio dell’economia nazionale, l’Italia ha registrato progressi significativi nella brevettazione green, con un aumento del 44,4% tra il 2012 e il. Il Paese dispone di punti di forza settoriali e territoriali che favoriscono l’adozione di tecnologie a basso impatto ambientale. La sfida consiste nel trasformare questa base in una leadership europea attraverso investimenti mirati, una più efficace tutela della proprietà intellettuale e politiche industriali che rendano l’innovazione verde un volano stabile per crescita e occupazione. L’implementazione coordinata di queste misure dovrebbe rafforzare l’export e la resilienza dei settori produttivi.

What do you think?

Scritto da Staff

finanziamenti powerboost per le pmi audit sullinnovazione energetica 1771388369

Finanziamenti PowerBoost per le PMI: audit sull’innovazione energetica